lunedì 18 maggio 2009

Le mani che pregano e quelle che respingono

QUEI guanti di lattice, che servono a non toccare l' orrore, sono come il nostro pensiero, come i nostri ragionamenti sull' immigrazione-sì e l' immigrazione-no, le quote, i conteggi, i controlli, le leggi. LE GUARDIE di finanza usano guanti di gomma e noi usiamo guanti mentali. Proprio come loro li indossiamo per non entrare in contatto con il male fisico, con la sofferenza dei corpi. Ma bastano una, due, tre foto come queste per farci scoprire la fisicità. Le guardiamo infatti senza più la mediazione della logica, ne percepiamo l' efferatezza e la bruttura. E saltano i ragionamenti, non c' è più bibliografia, sparisconoi distinguo del "però questo è un problema complesso". Ecco dunque la banalissima verità che sta dietro ai nostri dibattiti, al nostro accapigliarci sull' identità e sulle frontiere: stiamo buttando fuori a calci in faccia dei poveretti che ci pregano in ginocchio stringendo le mani delle nostre guardie di finanza, mani schifate e dunque inguantate. E ci cade a terra anche la penna perché l' occhio è molto più veloce e diretto dell' intelligenza con la quale siamo abituatia mentalizzare il mondo. Ci cade la penna perché capire e spiegare è già tradire l' orrore, significa infatti infilarsi il guanto dell' orientamento politico, dei libri che abbiamo letto, della nostra battaglia contro la xenofobia, significa parlare dell' esplosione demografica e del deflusso inarrestabile dell' umanità dai paesi dell' infelicità a quelli dell' abbondanza...E invece qui non si tratta né di cultura né di generosità, qui il pensiero si mostra per quel che è: un guanto di lattice, appunto. Qui ci sono da un lato i corpi tozzi, grassi e forti della Legge, la nostra legge,e dall' altro latoi corpi umiliatie maltrattati dei disperati che non vogliamo in casa nostra e che respingiamo. E nella loro sofferenza c' è un surplus di mistero che non si esprime necessariamente nella magrezza e nelle cicatrici perché - guardateli bene - quei corpi avviliti sono ben più vigorosi dei corpi sformati degli aguzzini che ci rappresentano, degli italiani "brava gente" con il manganello. Sembrano addirittura più sani, certamente sono più vivi. Dunque ancora una volta è l' occhio l' organo vincente. Ancora una volta scopriamo che la mente ci abitua a non vedere le cose. E' infatti facile dire che in casa nostra devono entrare solo quelli che hanno un permesso di lavoro e che ci vuole un legge per facilitare le espulsioni dei clandestini. Grazie alle foto dei reporter di Paris Match ora sappiamo che tutto questo significa una scarponata sulle dita di una mano aggrappata alla murate di un' imbarcazione , o un pugno sui denti o... A Porta a Porta o a Ballarò si può trovare una motivazione per tutto, si può spiegare ogni cosa. Ma davantia queste foto ragionare diventa un crampo. Guardate che cosa è la fisicità della politica della dolce e bella Italia: respingere a calci, prendere di peso gli infelici e buttarli fuori dalla ' Bovienzo' che fa servizio da Lampedusa a Tripoli, portarli davanti alle coste libiche e far credere loro che è ancora Italia, trascinarli a terra nudi. E non sono foto di scena, immagini di un film, non sono finzioni. E' davvero questa la nostra politica, con un rapporto stretto tra quello che qui stiamo vedendo e quello che qui non si vede. La nave Bovienzo infattiè come le nostre strade di notte dove piccole creature nere si vendono ai camionisti. La Bovienzo è la violenza sulle donne, anche quella che ci viene restituita in forma di stupro. La Bovienzo sono i soprusi e il disprezzo per i miserabili. La Bovienzo sono le ronde razziste e i barboni bruciati. La Bovienzo è l' Italia dei mille divieti e dei mille egoismi. La Bovienzo è l' Italia generosa che è diventata feroce per paura. La Bovienzo è l' Italia che guardando queste foto si riconosce irriconoscibile: ma davvero siamo noi?


FRANCESCO MERLO

Repubblica 15/05/2009

Le dieci domande mai poste al Cavaliere

REPUBBLICA ha chiesto, nei giorni scorsi, di rivolgere al presidente del Consiglio dieci domande sulle incoerenze e le omissioni di una storia che molti definiscono "di Veronica" o "di Noemi" e nessuno azzarda a definire per quel che è o appare: un "caso Berlusconi". Il sottosegretario alla presidenza del Consiglio Gianni Letta, lunedì, ha chiesto due giorni per dare un risposta. Quella risposta non è arrivata. Per non dissimulare, come vuole il nuovo conformismo dell' informazione italiana, ciò che dovrebbe essere chiarito, pubblichiamo oggi le domande che avremmo voluto rivolgere al premier: nascono dalle contraddizioni che abbiamo creduto di riscontrare tra le sue dichiarazioni e quelle degli altri protagonisti della vicenda. Vediamole. Silvio Berlusconi ha detto: «Credo che chi è incaricato di una funzione pubblica, come il presidente del Consiglio, possa accettare la continuazione di un rapporto con la sua consorte, Veronica Lario soltanto se si chiarisce chi ha provocato questa situazione». (Porta a Porta, 5 maggio). Repubblica concorda con Silvio Berlusconi. È evidente che, nonostante il frastuono mediatico di queste ore, non si discute di un divorzio o di una separazione, affare privato di due coniugi. Come ha chiaro il premier, la questione interroga i comportamenti di «un incaricato di una funzione pubblica». In quanto tali, quei comportamenti sono sempre di pubblico interesse e non possono essere circoscritti a un ambito familiare. D' altronde, la signora Veronica Lario, nelle sue dichiarazioni del 29 aprile e del 3 maggio, offre all' attenzione dell' opinione pubblica due certezze personali e una domanda. Le due certezze descrivono, tra il pubblico e il privato, i comportamenti del presidente del Consiglio: «Mio marito frequenta minorenni»; «Mio marito non sta bene». La domanda, posta dalla signora all' opinione pubblica e a chi in vario modo la rappresenta, è invece tutta politica e chiama in causa le pratiche del «potere», il suo modo di essere, che si degrada e si avvilisce pericolosamente quando a rappresentare la sovranità popolare vengono chiamate "veline" senza altro merito che un bell' aspetto e la prossimità al premier. «Quello che emerge oggi, attraverso il paravento delle curve e della bellezza femminile, è la sfrontatezza e la mancanza di ritegno del potere che offende la credibilità di tutte le donne (...). Qualcuno ha scritto che tutto questo è a sostegno del divertimento dell' imperatore. Condivido, quello che emerge dai giornali è un ciarpame senza pudore». (Ansa, 28 aprile, 22,31) Silvio Berlusconi ha replicato, a caldo, evocando un complotto «della sinistra e della sua stampa che non riescono ad accettare la mia popolarità al 75 per cento (...) Tutto falso, nato dalla trappola in cui anche mia moglie purtroppo è caduta. Le veline sono inesistenti. Un' assoluta falsità». (Porta a porta, 5 maggio) E' il primo ingombro che bisogna verificare. Questa storia è soltanto una trappola bene organizzata? E' vero, se di complotto si tratta, che nasconde la mano della sinistra e della «sua stampa»? Il primo quotidiano che dà conto della candidatura di una "velina" alle elezioni europee è il Giornale della famiglia Berlusconi. Il 31 marzo, a pagina 12, nella rubrica Indiscreto a Palazzo si legge che «Barbara Matera punta a un seggio europeo». «Soubrette, già "Letterata" del Chiambretti c' è, poi "Letteronza" della Gialappa' s, quindi annunciatrice Rai e attrice della fiction Carabinieri», la Matera, scrive il Giornale, «ha voluto smentire i luoghi comuni sui giovani che non si applicano e non si impegnano. "Dicono che i ragazzi perdino tempo. Non è vero: io per esempio studio molto"». «E si vede», commenta il giornale di casa Berlusconi. Il secondo giornale che svela «la carta segreta che il Cavaliere è pronto a giocare» è Libero, il 22 aprile. Notizia e foto di prima pagina con «Angela Sozio, la rossa del Grande Fratello e le gemelle De Vivo dell' Isola dei famosi, possibili candidate alle elezioni europee». A pagina 12, le rilevazioni: «Gesto da Cavaliere. Le veline azzurre candidate in pectore» è il titolo. «Silvio porta a Strasburgo una truppa di showgirl» è il sommario. Per Libero le «showgirl», che dovranno superare un colloquio, sono ventuno (in lista i candidati a un seggio di Bruxelles, come si sa, sono settantadue). I nomi che si leggono nella cronaca sono: Angela Sozio, Elisa Alloro, Emanuela Romano, Rachele Restivo, Eleonora Gaggioli, Camilla Ferranti, Barbara Matera, Ginevra Crescenzi, Antonia Ruggiero, Lara Comi, Adriana Verdirosi, Cristina Ravot, Giovanna Del Giudice, Chiara Sgarbossa, Silvia Travaini, Assunta Petron, Letizia Cioffi, Albertina Carraro. Eleonora e Imma De Vivo e «una misteriosa signorina» lituana, Giada Martirosianaite. Difficile sostenere che Il Giornale e Libero siano fogli di sinistra. Come è arduo credere che la Fondazione farefuturo , presieduta da Gianfranco Fini, sia un pensatoio vicino al partito democratico. Il think tank, diretto dal professor Alessandro Campi, vuole «far emergere una nuova classe dirigente adeguata a governare le sfide della modernità e della globalizzazione» . Coerentemente critica l' uso di «uno stereotipo femminile mortificante» e con un' analisi della politologa Sofia Ventura avverte che «il "velinismo" non serve». Nell' articolo si legge : «Assistiamo a una dirigenza di partito che fa uso dei bei volti e dei bei corpi di persone che con la politica non hanno molto da fare, allo scopo di proiettare una (falsa) immagine di freschezzae rinnovamento. Questo uso strumentale del corpo femminile, denota uno scarso rispetto per le istituzioni e per la sovranità popolare che le legittima». Quando la signora Lario prende (buonultima) la parola per censurare il "velinismo" - e «il ciarpame senza pudore» del potere - non si muove nel vuoto, ma su un terreno già smosso dalle rivelazioni dei giornali vicini al premier e dalle analisi critiche di intellettuali prossimi alla maggioranza di governo. Questo "caso" non ha inizio con un intrigo, come protesta Berlusconi, ma trova la sua trasparente ragione nella preoccupazione di ambienti della destra per un «impoverimento della qualità democratica di un paese» (ancora la Ventura). Rimosso il presunto «complotto», resta il "caso" politico, dunque. Un "caso" che diventa anche familiare, quando Veronica Lario scopre che Silvio Berlusconi ha partecipato a Napoli alla festa di compleanno di una diciottenne (Repubblica, 28 aprile). E ancora una volta politico quando la signora, annunciando la sua volontà di divorziare, denuncia pubblicamente i comportamenti di un marito che, «incaricato di una pubblica funzione», «frequenta minorenni», prigioniero com' è di un disagio che minaccia il suo equilibrio psicofisico. Il presidente del Consiglio ha replicato ai rilievi della signora Lario con due interviste alla carta stampata (Corriere della Sera e la Stampa, 4 maggio) e con un lungo monologo a Porta a Porta. In queste tre sortite pubbliche, la ricostruzione degli avvenimenti di cui si discute (la candidatura di giovani donne selezionate per la loro bellezza e amicizia con il premier; il suo affetto per Noemi Letizia, maggiorenne il 26 aprile; la partecipazione alla festa di compleanno; il lungo sodalizio amicale con la famiglia Letizia) ha avuto, da parte di Berlusconi, una parola definitiva, ma o contraddittoria o omissiva. Berlusconi nega di aver mai avuto intenzione di candidare «soubrette». «Non avevamo messo in lista nessuna "velina"» (Corriere, 4 maggio) Noemi lo chiama «papi». Perché? A chi glielo chiede, replica: « E' uno scherzo, mi volevano dare del nonno, meglio mi chiamino papi. Non crede?» (Corriere, 4 maggio). Berlusconi è più preciso con la Stampa (4 maggio): «Io frequenterei, come ha detto la signora Lario, delle diciassettenni. E' una cosa che non posso sopportare. Io sono amico del padre punto e basta. Lo giuro!» E' la stessa versione offerta a France2 .( 6 maggio) Quando il presidente del Consiglio spiega le circostanze della frequentazione con Noemi Letizia - si tratta di un' antica amicizia di natura politica con il padre, dice - il giornalista lo interrompe per chiedere: «...dunque Noemi non è una ragazza che lei conosceva personalmente?». Berlusconi risponde: «No, ho avuto l' occasione di conoscerla tramite i suoi genitori. Questo è tutto». La versione di Berlusconi è contraddetta in tutti i suoi elementi dalle interviste che Noemi Letizia concede. Noemi così ricostruisce il suo legame affettivo con il presidente del Consiglio: «Mi vuole bene come a un figlia. E anch' io, noi tutti gli siamo molto legati». (Repubblica, 29 aprile) Al Corriere del Mezzogiorno, il 28 aprile, consegna dettagli chiave. «Berlusconi, papi mi ha allevata (...) E' un amico di famiglia. Dei miei genitori (...) non mi ha fatto mai mancare le sue attenzioni. Un anno per il mio compleanno, ricordo, mi ha regalato un diamantino. Un' altra volta, una collanina. Insomma, ogni volta mi riempie di attenzioni. (...) Lo adoro. Gli faccio compagnia. Lui mi chiama, mi dice che ha qualche momento libero e io lo raggiungo. Resto ad ascoltarlo. Ed è questo che desidera da me. Poi, cantiamo assieme. (...) Quando vado da lui ha sempre la scrivania sommersa dalle carte. Dice che vorrebbe mettersi su una barca e dedicarsi alla lettura. Talvolta è deluso dal fatto che viene giudicato male, gli spiego che chi lo giudica male non guarda al di là del proprio naso. Nessuno può immaginare quanto papi sia sensibile. Pensi che gli sono stata vicinissima quando è morta, di recente, la sorella Maria Antonietta. Gli dicevo che soltanto io potevo capire il suo dolore. (...) Da grande vorrò fare la showgirl. Mi interessa anche la politica. Sono pronto a cogliere qualunque opportunità. (...) Preferisco candidarmi alla Camera, al parlamento. Ci penserà papi Silvio». Nel racconto di Noemi c' è la narrazione di un rapporto diretto, intenso con il presidente del Consiglio. Che le fa tre regali per il 16°, 17° e 18° compleanno. Quindi, si può concludere, Berlusconi ha conosciuto Noemi quindicenne. Nel loro rapporto non c' è alcun ruolo o presenza dei genitori. Noemi non vi fa alcun riferimento e non è corretta dalla madre, presente al colloquio con Angelo Agrippa del Corriere del Mezzogiorno. Berlusconi ha tentato di ridimensionare il legame con la minorenne: «Ho incontrato la ragazza due o tre volte, non ricordo, e sempre alla presenza dei genitori». I genitori non hanno ancora confermato le parole del premier. Durante l' incontro con il giornalista, la signora Anna Palumbo - madre di Noemi - interviene soltanto per specificare le circostanze in cui Berlusconi ha conosciuto suo marito, Benedetto "Elio" Letizia. Dice: «Berlusconi ha conosciuto mio marito ai tempi del partito socialista. Ma non possiamo dire di più». Noemi non è così evasiva quando affronta una delle questioni decisive per questa storia. E' addirittura esplicita. Ella ritiene di poter ottenere da Berlusconi l' opportunità di fare spettacolo o, in alternativa, di essere eletta in parlamento. Televisione o scranno a Montecitorio. Le aspettative di Noemi, sollecitate dalle attenzioni (o promesse) di Berlusconi, sono in linea con le riflessioni critiche di farefuturo, il think tank di Gianfranco Fini («Le donne non sono gingilli») e della signora Lario («Ciarpame senza pudore»). Quando e dove e come si sono conosciuti Berlusconi ed Elio Letizia è un altro enigma di questa storia che raccoglie versioni successive e contraddittorie. A Varsavia Berlusconi dice: Berlusconi, dunque, partecipa alla festa per un atto di affetto nei confronti di Elio Letizia. Non si parla di Noemi né di altra necessità politica o urgenza di altra natura. Diversa la versione offerta, lo stesso giorno (4 maggio) alla Stampa: «Elio lo conosco da anni, è un vecchio socialista ed era l' autista di Craxi». (Ansa, 29 aprile, 16,34) Quando la circostanza è subito negata da Bobo Craxi («Cado dalle nuvole. L' autista di mio padre si chiamava Nicola, era veneto, ed è morto da qualche anno»,( Ansa, 29 aprile, 16,57), deve intervenire Palazzo Chigi, con un imbarazzato ritardo di venti ore, per smentire a sua volta: «Si rileva che il presidente Berlusconi non ha mai detto che il signor Letizia fosse autista dell' on, Bettino Craxi» (Ansa, 30 aprile, 12,30). Dal suo canto, Letizia non vuole ricordare in pubblico come e dove e quando ha conosciuto Berlusconi. Chi lo interroga raccoglie soltanto parole vuote. «Volete sapere come ho conosciuto Berlusconi? Va bene, ve lo dico, però allora vi racconto anche come ho conosciuto tutte le persone che conosco...». (Corriere, 10 maggio) In qualche altra occasione, il rifiuto di Letizia a raccontare il primo incontro con il futuro premier è ancora più categorico: «Non ho alcuna intenzione di farlo» (Oggi, 13 maggio) Anche Noemi non ha voglia di offrire rievocazioni: «Non ricordo i particolari
14 maggio 2009

lunedì 27 aprile 2009

25.04.09 - Un 25 Aprile di lotta contro l’indifferenza

Non riesco a gioire della condivisione del 25 Aprile in quest’anno 2009, con un presidente del Consiglio che getta all’amato popolo (in primis quello della martoriata terra d’Abruzzo, divenuto il suo palcoscenico principale) la ciambella della sua partecipazione per la prima volta a una cerimonia di commemorazione della sconfitta dal nazifascismo, e della vittoria della Resistenza. Non riesco a compiacermi delle dichiarazioni fasulle o stonate dei Maroni e dei La Russa, e neppure di quelle più serie del solito Fini. Non riesco ad accettare l’idea di una Resistenza “condivisa”, pur apprezzando le parole di Napolitano che ricorda il contributo determinante, e non già folclorico, come ci vorrebbero far credere i Pansa di oggi, sulla scia dei Pisanò d’un tempo, del movimento partigiano alla liberazione del Paese, al suo riscatto morale, alla sua indipendenza nazionale. E voglio ribadire che non solo non si può pretendere che, neppure a oltre 60 anni di distanza, la memoria dei carnefici sia “condivisa” dalle vittime (e viceversa), ma che sarebbe sbagliato sul piano storico. La condivisione passa non attraverso la memoria, bensì la storia. E la storia è racconto di fatti realmente accaduti, e susseguente riflessione sui loro perché, sui loro fini, sulle motivazioni degli attori, sui contesti e così via. La storia del biennio 1943-1945 ci dice che ci sono state ragioni giuste e ragioni sbagliate, e che confondere la moralità degli individui che combattevano – gli uni contro gli altri – con la moralità delle cause che li spingevano a combattere, è sbagliato e fuorviante. Ci sono stati i “ragazzi di Salò”, che, in buona fede, in nome di una malintesa fedeltà al capo, al venerato Duce, ritenuto invincibile guerriero e padre protettore della famiglia italiana, hanno servito a Salò; i migliori tra loro – tra i quali alcuni nomi oggi sono assai noti: da Dario Fo a Giorgio Bocca – compresero ben presto da quale parte stesse la verità e la giustizia, e passarono alla Resistenza. O comunque disertarono dall’esercito di Salò, in cui, peraltro, si era reclutati a viva forza, se non si trovavano scappatoie. Il movimento partigiano fu spontaneo, e popolare, anche se frutto di minoranze: ma quelle minoranze non avrebbero potuto operare senza il consenso, attivo o passivo, di stragrandi maggioranze di popolazione. Come i manuali di guerriglia insegnano, il guerrigliero è il pesce, la popolazione civile è l’acqua in cui esso si muove. “Se avessero vinto loro…?”, - così replicò Norberto Bobbio a Renzo De Felice e a un manipolo di fedeli dello storico revisionista, che mettevano in questione il valore della Resistenza, pronti ad assegnare agli uni e agli altri una patente di patriottismo. Se avessero vinto loro: ecco la questione da cui partire, e con la quale dobbiamo dirimere il melenso chiacchiericcio, anche quando assume toni esacerbati, sulle celebrazioni del 25 Aprile. Se avessero vinto loro, invece che i partigiani… Questo dobbiamo scolpire a lettere indelebili nella nostra mente e nel nostro cuore: come sarebbe andata se avessero vinto i nazifascisti. Oggi, da troppe parti – compresa l’Unione Europea – si pretende di porre sullo stesso piano fascismo/nazismo da una parte, comunismo dall’altra, accomunati in una condanna generica quanto generale. Ebbene, il 25 Aprile ci dice che sono stati innanzi tutto i comunisti – gli italiani nella lotta partigiana, ma anche di altri Paesi, a cominciare dai Russi (che hanno pagato il prezzo più altro alla macchina da guerra hitleriana) –, a lottare contro il nazifascismo. E, aggiungo, in Italia, furono i comunisti del vituperato Togliatti a dare un contributo decisivo alla costruzione della Repubblica democratica, dalla Costituente in poi. Negare questa verità acclarata dai documenti significa fare del volgarissimo “rovescismo”. Come continuare a parlare di “guerra civile” per riferirsi al biennio ’43-45 significa dire un pezzo di verità, non certo tutta. E un pezzo di verità è una menzogna. Giacché, come ci ha insegnato tutta la migliore storiografia – Claudio Pavone per tutti – in quei mesi dal settembre ’43 all’aprile ’45 coesistettero tre guerre: una guerra di liberazione nazionale (italiani contro tedeschi), una guerra sociale (classi subalterne contro i ceti privilegiati, favoriti dal regime mussoliniano: il famoso “vento del Nord”, ossia la speranza di un radicale cambiamento sociale), e, infine, una guerra civile (ossia italiani, antifascisti, contro italiani, fascisti). Dunque, la guerra civile fu soltanto una dimensione di quel conflitto drammatico, e insistere su di essa, significa mentire, oltre che banalizzare. O se proprio si vuole tollerare quell’etichetta di guerra civile la si intenda come faceva Franco Antonicelli, indimenticato presidente del CLN Piemontese, il quale commemorando il 25 Aprile, nel suo primo anniversario, il 1946, ebbe a dire che si era trattato di una guerra “che, oltre ad essere militare e anzi prima che fosse militare, fu civile, e cioè moto di cittadini, d’ogni classe cociale, d’ogni età e di entrambi i sessi”. Sì, davvero: se l’Otto Settembre è stato tutt’altro che “la morte della patria”, la sua riscoperta in senso democratico, dal basso; il 25 Aprile è stato il punto conclusivo di quel processo cominciato dall’Armistizio e dal primo formarsi delle bande partigiane. Ancora Antonicelli, l’anno dopo, il 25 aprile 1947, denunciava nel discorso ufficiale l’esistenza di “un’altra Italia”, quella che aveva lucrato col fascismo e che “non ama queste memorie e si affatica solo nel tentativo di distruggerle con la calunnia”. Ebbene, noi, non solo dobbiamo insistere sulla gratitudine a quanti allora fecero la scelta più dura, e si sacrificarono per il bene comune; oggi, noi dobbiamo, in senso più generale, vedere nel 25 Aprile un invito a lottare contro quel “peso morto della storia” che, per dirla con il giovane Antonio Gramsci, è l’indifferenza. In un articolo folgorante del febbraio 1917, Indifferenti, egli lanciava un grido di sfida: “Odio gli indifferenti. Credo … che vivere vuol dire essere partigiani”. E chi più di coloro che – da operai, insegnanti, ferrovieri, postelegrafonici, tipografi, casalinghe, impiegati… – si trasformarono nella diffusa armata della Liberazione d’Italia, sono stati “partigiani” in questo senso? A loro dunque, con o senza il beneplacito del politico al potere, dobbiamo non soltanto rendere onore; dobbiamo soprattutto prenderli ad esempio. Ed essere pronti ad essere partigiani – nel significato che ciascuna epoca e situazione potrà determinare –, per combattere contro quel peso morto della storia che è l’indifferenza.

Angelo d’Orsi (25 aprile 2009)

martedì 7 aprile 2009

L' OSSESSIONE DEL CAVALIERE

STRASBURGO - Cominciata male a Strasburgo, la giornata di Silvio Berlusconi statista internazionale finisce malissimo a Praga. Al vertice Nato il capo del governo si presenta con il telefonino all' orecchio lasciando la cancelliera Merkel ad attenderlo sulle rive del Reno e disertando la cerimonia solenne di commemorazione per i caduti della Nato, tra cui parecchi soldati italiani. A Praga, dove domani si terrà l' incontro Ue-Usa, il presidente del Consiglio lascia esplodere la sua rabbia contro l' informazione. Se la prende, lui che è maestro delle tecniche televisive, contro i video che ripropongono fedelmente su internet le sue gesta maldestre sulla scena mondiale. E minaccia, lui che è proprietario di televisioni e giornali, di lanciare campagne di boicottaggio contro la stampa, colpevole di non riproporre la realtà come piacerebbe a lui. Dopo aver ripetutamente violato la forma e la sostanza delle regole di politica internazionale, Berlusconi finisce così anche per violare la forma e la sostanza della libertà di informazione. I due errori sono più strettamente connessi di quanto si possa credere. Sarebbe infatti ingenuo pensare che il presidente del Consiglio abbia accumulato in pochi giorni un così straordinario numero di gaffe e di figuracce internazionali solo per insipienza. Unico esponente del G8 a non aver potuto incontrare Obama, incapace di acquisire credibilità tra i propri pari, ha adottato la tecnica della rottura del protocollo, per poter vendere almeno qualche scampolo di visibilità sul fronte interno, che è poi l' unico che gli interessi veramente. Per farlo, però, avrebbe bisogno di un controllo pressoché totale sull' informazione di casa propria. E poiché non riesce ad ottenerlo, poiché nell' era di internet e dell' informazione globale neppure il monopolio televisivo basta a garantirgli l' impunità, lascia libero corso alla propria ira pronunciando anatemi contro la stampa. Bisogna riconoscere che Berlusconi ha motivo di essere deluso. Il suo nuovo corso di statista mondiale era stato messo in scena con straordinario senso di opportunismo. Il G20 sancisce una ritrovata unità tra i Grandi del Pianeta? Berlusconi è prontissimo ad inseguire il presidente americano al grido di «Mr. Obama!» e a costringerlo ad una foto-ricordo con il russo Medvedev che farà la prima pagina di tutti i giornali. I leader della Nato decidono che devono superare il veto turco e uscire dal vertice di Strasburgo con un accordo sulla nomina di Rasmussen? Berlusconi viola tutti i protocolli e i più elementari criteri di buona educazione per farsi riprendere dalle televisioni di tutti il mondo mentre telefona, in diretta, al primo ministro turco Erdogan per perorare la causa di Rasmussen. Poco importa che, nonostante i sorrisi di Obama e Medvedev nella foto-ricordo, la situazione dell' economia mondiale resti grave, o che il riavvicinamento dei rapporti tra Russia e Stati Uniti non abbia certo bisogno dei buoni uffici di Berlusconi. Poco importa che, per riconoscimento congiunto dei turchi e degli americani, l' accordo sul nome di Rasmussen sia arrivato dopo due colloqui, venerdì sera a Baden Baden e ieri mattina a Strasburgo, tra Obama e il presidente turco Gul, cui ha partecipato nella fase finale lo stesso Rasmussen. Quello che interessa a Berlusconi, nella stessa implacabile logica televisiva con cui ha conquistato la politica italiana, è l' effetto annuncio. Lascia Londra rivendicando un suo ruolo nel riavvicinamento tra Usa e Russia. Lascia Strasburgo proponendosi come il vero deus ex machina dietro l' elezione di Rasmussen. Le foto, le sequenze televisive, sono la prova di quanto afferma. Al teatrino della politica trasferito su scala internazionale non occorre altro. E peccato se, per ottenere l' effetto «mosca cocchiera», Berlusconi è disposto a sacrificare il contributo reale, certo più modesto, che magari ha effettivamente offerto, come il rafforzamento del nostro contingente in Afghanistan o l' opera di persuasione che può aver esercitato sul suo amico Erdogan. Naturalmente il capo del governo non è contento quando la stampa riferisce la costernazione del resto del mondo di fronte alle sue imprese. «Con voi giornalisti non parlo più, perché io lavoro per l' Italia e voi lavorate contro l' Italia» aveva dichiarato già venerdì sera a chi lo attendeva al rientro in albergo. Ma questa logica televisiva dell' apparire a tutti costi, anche pagando il prezzo di brutte figure fa davvero bene al Paese?O fa bene solo al capo di governoe alla sua perenne ricerca di applausi domestici? Sarebbe bello se, almeno quando varca i confini nazionali, il presidente del Consiglio ricordasse che le due istanze, il suo interesse e quello dell' Italia, possono anche non coincidere. La libertà di stampa, invece, coincide sicuramente con l' interesse di una democrazia. Perché la cronaca non è diffamazione e la critica non è calunnia.

ANDREA BONANNI La Repubblica 05/04/2009
Segnalato da Gianni Stroppa

lunedì 6 aprile 2009

Quanto vale quel 'però'

Un anno dopo le elezioni politiche è difficile parlare ancora di bipartitismo o di bipersonalismo. Visto che il PD ha rischiato di sfaldarsi, un paio di mesi fa. Stressato dalle sconfitte elettorali - ultima la Sardegna - e dai sondaggi sfavorevoli, che lo stimavano al 22%. Mentre Berlusconi ha affondato l' ultimo di una lunga serie di avversari. Walter Veltroni. Peraltro, il congresso fondativo del PdL ne ha ulteriormente accelerato la crescita elettorale. Ma soprattutto ha celebrato l' ennesima, ulterioree mai definitiva investitura dell' unico, vero, Numero Uno. Altro che SpecialOne. Altro che Mourinho. BerluscOne. Tre giorni dedicati al Partito del Presidente. E al presidente del partito. Unica voce dissonante: Gianfranco Fini. Che, però, oggi nel PdL conta poco. Gli stessi dirigenti di AN (a differenza degli elettori), in larga misura, non rispondono più a lui. Però. Qualche dubbio viene (a me personalmente, almeno). Dopo un' investitura personale tanto fastosa. Come sempre perfetta, sotto ogni punto di vista. Scenografia, script, luci, musica e colori. Comprimari e comparse. Un kolossal musicale hollywoodiano. Tutto questo è "troppo". BerluscOne. Troppo solo, troppo grande, troppo vincente, troppo amato, troppo celebrato. Troppo. Senza limiti e senza nessuno che glieli ponga. Salvo le "puntuali puntualizzazioni" di Fini. E i rimbrotti di Bossi. Che guarda BerluscOne di traverso. Un amico necessario. Ma così distante dal suo stile "popolano"... Questo leader unico di un partito che ambiscea sfondare la soglia del 40% e, insieme agli alleati, quella del 50%. Per diventare, così, il Presidente. Di fatto. Senza bisogno di riforme. L' immagine di BerluscOne: ci sembra "troppo". Fastosa, rutilante, eccedente. Evoca un' Italia ipercinetica, disordinata, bulimica, vecchia e, insieme, un po' egoista. Un popolo di individui che hanno conquistato il benessere e premono per riuscire, affermarsi. Apparire. Questa Italia, che si specchia nell' immagine e nella narrazione di BerluscOne, all' improvviso ci pare meno credibile. Fuori tempo. Resa inattuale dalla crisi pesante che incombe, anzi: è crollata su di noi e fa già vittime un po' dovunque. Magari ci sbagliamo. In fondo ha sempre ragione lui. E poi, annunciare il declino di Berlusconi: figuriamoci. Soprattutto oggi che Berlusconi è al top. Mentre il PD è al bottom. Il suo segretario, Dario Franceschini. Una brava persona. Difficile, il confronto con Silvio Berlusconi. Il predestinato. Il vincitore nato. Esuberante e arrogante. Non si ferma neppure di fronte a Obama(aaaaa!!!). Né alla Merkel. Ai vertici internazionali si comporta come fosse a casa propria. E però. Franceschini, il "modesto" leader provvisorio del PD, per grado di consensi è lì. Alla pari con BerluscOne. Entrambi riscuotono la fiducia di circa il 45% degli italiani. (La componente di quanti valutano la fiducia nei loro riguardi con un voto uguale o superiore a 6, in una scala da 1 a 10. I materiali a cui fa riferimento questa mappa sono consultabili su http://www.demos.it). D' altronde, nei sondaggi di Demos, solo nel maggio 2008, un mese dopo il "trionfo" elettorale, Berlusconi scavalcò di netto questo livello, superando il 60%. Ieri come oggi, invece, il più amato dagli italiani è Gianfranco Fini, come sempre, in passato. Anche perché era-e resta- un outsider. Invece Franceschini è il leader di quello che - per quanto indebolito - resta il maggiore partito di opposizione. Naturalmente la fiducia personale non si traduce, automaticamente, in voti, come ha potuto constatare Veltroni. Però. Nell' ultimo mese, il Pd - nelle stime elettorali - ha ripreso a risalire con continuità. Anche nell' ultima settimana. Oggiè attestato intorno al 27%. Dunque,6 punti meno di un anno fa, ma 4-5 più di febbraio. D' altronde, il 75% degli elettori del Pd ha fiducia in Franceschini e il 33% lo vorrebbe come segretario. Ma Franceschini riscuote dal 59% degli elettori dell' IdV, da oltre metà di quelli di RC-SL e dell' UdC. Quindi: dal centro a sinistra. Anche il 60% degli "esuli" del PD (quelli che, dopo averlo votato un anno fa, se ne sono allontanati) oggi esprime fiducia nei suoi riguardi. E il 20% di essi lo voterebbe come segretario di partito. Gli elettori del PD continuano ad essere frustrati e disincantati. E però: guardano Franceschini con rispetto. Anche se è modesto. O forse proprio per questo. Perché la modestia e la sobrietà, in questi tempi, è una virtù. E un' immagine sobria e modesta può riuscire credibile di fronte a un paese preoccupato e impoverito. E poi Franceschini non si maschera da Berlusconi né da antiberlusconi. Dice poche cose, ma "di sinistra". In modo chiaro e comprensibile. E, per questo, funziona anche in tivù (come aveva previsto Berlusconi). Inoltre, ha la possibilità di esprimersi senza altri leader intorno pronti a contraddirlo e a dargli sulla voce (non capitava da anni). Intenti a tramare per sostituirlo (in fondo è un leader transitorio). Non sarà molto. Ma a molti elettori del PD - illusi, delusi, esuli, disperati - sembra già abbastanza. Non c' erano più abituati. Così guardano Franceschini senza illusioni e con prudenza. E però... Certo, per andare oltre ci vuole altro. Un partito organizzato. Non solo in centro, anche in periferia (dove le guerre e le guerricciole si moltiplicano). E poi, qualche idea chiara. Una fase congressuale vera, con primarie vere e candidati veri. In mezzo, un buon risultato alle europee. E però. Il BerluscOne non può permettersi battute d' arresto. Dopo gli annunci al congresso: il PdL a giugno dovrà stravincere. A Franceschini, più modestamente, per vincere basterà non perdere troppo.

ILVO DIAMANTI La Repubblica 05/04/2009
Segnalato da Gianni Stroppa