giovedì 30 ottobre 2008

Tra debiti e divieti i Comuni non fanno opere pubbliche

Corriere della Sera

ROMA- Il sindaco di Benevento Fausto Pepe, già esponente di spicco dell'Udeur di Clemente Mastella, avrebbe volentieri fatto a meno della bacchettata che la Corte dei conti ha assestato alla sua amministrazione il 24 luglio scorso. Purtroppo però, anche il suo comune è scivolato nel tritacarne dei derivati: ad agosto dello scorso anno ha dovuto negoziare un nuovo contratto, visto che l'operazione di swap stipulata l'anno prima avrebbe potuto determinare una perdita di oltre nove milioni di euro. E adesso, pure sperando che il calo dei tassi gli dia una mano, comunque non ha da scialare. Come molte altre amministrazioni locali. Certamente però se i margini di intervento dei comuni italiani per finanziare in proprio le opere pubbliche locali si sono ristretti tragicamente negli ultimi anni non è soltanto per la scelta, talvolta sconsiderata, di affidarsi alla finanza creativa nella speranza di fare un pò di cassa, salvo poi rischiare il dissesto. Il fatto è, sostiene il rapporto sulle opere pubbliche pubblicato da Intesa San Paolo, che "nonostante i proclami di crescente autonomia da assegnare alle amministrazioni decentrate, sono stati posti in essere interventi legislativi tali da ridurre al minimo gli spazi di manovra degli enti territoriali".

Il risultato è che al 31 dicembre dello scorso anno i loro investimenti erano scesi al livello del 2004, anno nel quale avevano toccato un livello del 38% superiore a quello del 2000. Tutto questo mentre il fabbisogno di infrastrutture locali è in crescita fortissima. In Lombardia è superiore dell'11% circa rispetto alla media nazionale, quasi come in Veneto, dove il gap risulta del 13%. Ma nel Lazio il fabbisogno è pari al 142,5% della media nazionale, in Puglia al 168,3% in Campania al 171,1% e in Sicilia arriva al macroscopico dato del 220%. Puglia, Campania, e Sicilia, d'altra parte, sono anche le regioni nelle quali allo stato attuale appare più difficile che altrove mettere in moto finanziamenti. E non a caso sono quelle dove negli ultimi anni gli enti locali sono riusciti a spendere meno soldi. A fronte degli 881 euro procapite investiti in infrastutture in Trentino-Alto Adige nel 2006, le amministrazioni della Campania hanno potuto spendere soltanto 342 euro, contro 209 euro della Puglia e della Sicilia. Tirando le somme, al Sud la spesa per le infrastrutture locali è risultata del 20% inferiore rispetto alla media nazionale.
"Ad aggravare la posizione finanziaria dei Comuni con riferimento alla spesa per investimenti", è scritto nel rapporto curato da Laura Campanini e Fabrizio Guelpa di Intesa San Paolo e da Ref (Ricerche per l'economia e la finanza), "concorre in modo grave il disposto, introdotto convulsamente in fase di conversione" del decreto di luglio sulla manovra economica, "che inibisce l'uso dei proventi da dismissione per il finanziamento della spesa per investimenti". In sostanza, mentre l'articolo 58 di quel provvedimento quasi impone agli enti locali la dismissione del patrimonio non funzionale all'attività, una norma successiva impedirebbe di investire il ricavato. Se questo divieto non venisse rimosso, argomenta il documento, potrebbe venire meno "una qouta pari al 38% della spesa per opere pubbliche degli enti locali". Lo studio considera tuttavia "non meno compromettenti per il finanziamento degli investimenti" le norme che "hanno ridotto l'autonomia tributaria dei Comuni e, di conseguenza, la loro capacità di prendere a prestito".
Giro di vite che ha a che fare con un altro vincolo previsto dal decreto di luglio. Si tratta del divieto imposto ai Comuni di aumentare i propri debiti oltre una determinata soglia. Ipotizzando che questo limite venga fatto coincidere con l'attuale media nazionale, il rapporto giunge alla conclusione che "ai Comuni del Centro-Nord verrà inibito l'uso del debito nei prossimi anni, mentre quelli del Mezzogiorno conservano qualche spazio di manovra".
In questo caso si produrrebbe la curiosa situazione per cui i Comuni del Piemonte, della Liguria e del Lazio si troverebbero a essere più in difficoltà rispetto agli enti locali della Sicilia, della Sardegna e del Molise.

Sergio Rizzo

lunedì 27 ottobre 2008

Il ritorno del Popolo

Repubblica — 26 ottobre 2008

"L' Italia - dice Veltroni gettando lo sguardo all' orizzonte - è un paese migliore della destra che lo governa". Benissimo. Ma il dubbio è che l' Italia alla quale si rivolge il leader del Pd, in piedi nella polvere e seduta sull' erba dello stadio, sia tale anche perché ha compreso che la politica è qualcosa di più e di meglio che dividersi su ogni cosa, specie nello stesso partito, restandone immusonita e a braccia conserte senza produrre niente di nuovo. Il Circo Massimo è pieno, ci mancherebbe. Scenario di ragguardevole bellezza, ruderi e cipressi. Atmosfera serena, partecipazione matura, a tratti perfino gioiosa. Riuscita mescolanza musicale, tutto sommato, nei cortei e sul palco, i Beatles e Bella ciao, gli U2 e Fratelli d' Italia, magari anche Pezzali, chiamato a intrattenere la piazza democratica, di sicuro l' orchestra multietnica di Piazza Vittorio. E poi non ha nemmeno piovuto, come doveva. Tutti contenti, è fatta, anche oggi, evviva. Chissà se alla fine, sotto le nuvole color del piombo, a qualcuno è venuto in mente che quella bella piazza conteneva una specie di lezione. Se la prossima volta, invece che in vista sul palco, sotto il baldacchino, dietro le transenne che delimitavano l' area dei notabili da quella della gente comune, ecco, magari sarebbe potuta andare ancora meglio se i D' Alema, i Rutelli, i Bettini, i Fassino, le Melandri, i Fioroni, i Ranucci, addirittura, invece che lassù, debitamente in vetrina, si fossero mischiati ai manifestanti per raccoglierne più da vicino la voce e anche l' energia. Quale prodigio, insomma, se i dirigenti fossero stati ancora più vicini alla loro gente, rinunciando al ruolo necessariamente privilegiato, in mezzo alla calca, sulla spianata, dove si sta scomodi, o laggiù in fondo, dove non si vede niente, dietro i gazebo, come tutti, come gli altri, come gli ultimi. Che poi, notoriamente, sono i primi. Perché i primi, appunto, sono quelli venuti da lontano, con i treni speciali, quelli normali, e i pullman. Da Avetrana, per dire, lontano Salento, viaggio notturno, a partire dalla mezzanotte, 5 euro e una scorta di bottigliette d' acqua, "a volontà" dice uno con rassicurante allegria. Prima sosta a Canne della Battaglia, per la pipì, poi alla stazione di servizio Casilina. Il pullman li ha lasciati all' Eur, qui hanno fatto colazione, poi hanno preso la metro e adesso sono alla stazione Ostiense. Occhi rossi e piedi gonfi: per il Partito democratico. Così è accaduto. "Io - dice fiero un agricoltore - ho perso una giornata di lavoro". In realtà l' ha regalata al Pd: forse dovrebbero tenerne conto gli ex affittuari del loft, le cui finestre chiuse sono a meno di cento metri dal maxi palco. Per alcuni è un sacrificio, per la maggior parte un divertimento. Comunque la signora con la cerata rossa della Cgil ha 79 anni, viene da Torino ed è partita alle 23,30. Solo quando si potrà leggere questo articolo sarà, forse, tornata di nuovo a casa sua. Forse, potrebbero farci un pensierino gli strateghi di una sconfitta che hanno così duramente fatto fatica a riconoscere. Dividendosi invece di reagire compatti. "Vieni mo' a mangiare": questi manifestanti vengono da Bologna e hanno preso il treno alle 6 e mezzo, sveglia alle quattro. Stanchi? "Mo' no, è normale" sorridono: il partito chiama e loro rispondono, è così dai funerali di Togliatti, gli succede ogni anno di venire a Roma. Uno divora un bignè, camminando; un altro tira il respiro e allunga il passo. I bolognesi, naturalmente, hanno tutti il cappelletto bianco e la bandiera nuova. I napoletani si salutano e si abbracciano, rumorosamente. Arrivano a Roma sospinti da qualcosa di cui s' è persa la traccia, lo spirito della militanza. Senza che alcuno li accolga come si dovrebbe, con un caffè, un panino, un arancio, qualcosa. Ma pazienza, sono abituati a non avere la vita facile. A Ostiense l' onorevole Franceschini gli stringe la mano, firma autografi sui berretti e fa un paio di interviste televisive. Dopo una mezzora se ne va e i treni continuano ad arrivare. Ancora da Bologna, da Genova, da Civitavecchia. Le signore in tuta, con la borsetta leggera e l' ombrello, gli anziani con le scarpe da ginnastica, i ragazzi con il megafono aggiustato con lo scotch. Sembrano, o forse sono davvero in gita, e non gli pesa. Un sorso d' acqua, una sigaretta, un attimo di smarrimento, un sospiro e un sorriso di sollievo al sole autunnale di Roma. Com' è più semplice, e intensa, e generosa, la politica vissuta alla base; e quanto più appagante rispetto a quella dei professionisti! Partono i cortei, tutto va come deve andare, il Circo Massimo si colma. Quanti sono, alla fine? Boh. Benedetto chi è esentato, anche stavolta, dall' esagerazione contabile e necessitata di questi tempi di contatti, audience, sondaggi. Perché negli ultimi anni le stime si confrontano a distanza di mesi e anni e il risultato è che sembrano aver smarrito razionalità, non di rado sfidando matematica, fisica, geometria e buonsenso. Ma quel che davvero fa impressione, oggi, e sorprende più di qualunque eccesso, è che ancora così tante persone hanno risposto all' appello e sono arrivate fin qui. Nonostante la delusione, nonostante la sconfitta e una crisi di rappresentanza che impone novità, fatiche, cautele e che spiega gli aspetti meno felici della vita interna: proliferare di fondazioni, dispetti, sprechi, tentazioni di inciucio sulla Rai, perenne disputa sui soldi, rivalità al sole e pugnalate nell' ombra. Tutto questo oggi può essere, se non archiviato, certo purificato dalla grande partecipazione di tanta gente. I dirigenti del Pd hanno promesso in anticipo il "pienone" senza rendersi conto che forse in questo modo facevano un torto al loro stesso popolo, sminuivano la sua preziosa varietà trasformandola in pura astrattezza numerica, folla indifferenziata. Come quella della foto che l' ufficio propaganda del Pd ha acquistato per avventura, chissà a che prezzo, per reclamizzare sui muri d' Italia la manifestazione, senza accorgersi che era una folla di piazza San Pietro. Ecco: domani non ci sarà bisogno di comprare foto. Al Circo Massimo, per una volta, la politica è ritornata in mano alla "gente" senza paura di qualificare questa entità primaria deformandone la dizione (la "gggente") secondo logiche tele-qualunquiste. E questo è accaduto mentre la regia proiettava a lungo sui maxi-schermi i volti dei soliti noti, D' Alema, Bersani, Epifani, silenziosi visitors a mezzo busto. Nell' arena molti più giovani e donne del solito, belle facce pulite e significative, una varietà e una freschezza che per esprimersi non ha bisogno di edulcorazioni ed espedienti comunicativi perché viene dal basso, secondo l' antica nozione della rappresentanza. Così, vista dal Circo Massimo, sia la vana nevrosi della conta che le cifre inevitabilmente esagerate rischiano di non fare giustizia alla grande e visibile riserva di umanità che il Partito democratico ha messo in campo e portato a Roma da tutta Italia. Striscioni. Cartelli. Ricordi della giornata da riportare al paese. L' orgoglio di Torremaggiore, la fantasia di Pagani, la foto ricordo di Sesto San Giovanni, la compostezza dei sardi. E le ragazze coi capelli verdi scatenate nel mambo, i vecchi metalmeccanici che le hanno viste tutte, quelli che con la mafia devono fare i conti ogni giorno. La storia siamo noi: ma sul serio, come cantavano dal palco, "quelli che hanno letto un milione di libri/ e quelli che non sanno nemmeno parlare". Popolo, nel senso classico e nobile della parola. Persone semplici e anonime, per lo più, ma proprio per questo eccezionalmente piene di allegria e dignità. Emozioni vere, fuori dal recinto dei Vip. "Un' altra Italia è possibile" ha concluso Veltroni. E stai a vedere, forse anche un altro Pd.

FILIPPO CECCARELLI

domenica 26 ottobre 2008

Università, il business dei laureati precoci


Tasic, un serbo di 19 anni, è finito su tutti i giornali del mondo perché, partito per l'America per studiare, ha preso la laurea e pure il dottorato in otto giorni? Noi italiani, di geni, ne abbiamo a migliaia. O almeno così dicono i numeri, stupefacenti, di alcune università. Numeri che, da soli, rivelano più di mille dossier sul degrado del titolo di «dottore». I «laureati precoci», studenti straordinari che riescono a finire l'università in anticipo sul previsto, ci sono sempre stati. È l'accelerazione degli ultimi anni ad essere sbalorditiva. Soprattutto nei corsi di laurea triennali, dove i «precoci» tra il 2006 e il 2007, stando alla banca dati del ministero dell'Università, sono cresciuti del 57% arrivando ad essere 11.874: pari al 6,83% del totale. Tema: è mai possibile che un «dottore» su 14 vada veloce come Usain Bolt? C'è di più: stando al rapporto 2007 sull'università elaborato dal Cnvsu, il Comitato nazionale per la valutazione del sistema universitario, quasi la metà di tutti questi Usain Bolt, per la precisione il 46%, ha preso nel 2006 l'alloro in due soli atenei. Per capirci: in due hanno sfornato tanti «dottori» quanto tutti gli altri 92 messi insieme. Quali sono queste culle del sapere occidentale colpevolmente ignorate dalle classifiche internazionali come quella della Shanghai Jiao Tong University secondo cui il primo ateneo italiano nel 2008, La Sapienza di Roma, è al 146˚ posto e Padova al 189˚? Risposta ufficiale del Cnvsu: «Stiamo elaborando i dati aggiornati per la pubblicazione del rapporto 2008. Comunque i dati sui laureati sono pubblici e consultabili sul sito dell'ufficio statistica del Miur». Infatti la risposta c'è: le culle del sapere che sfornano più «precoci» sono l'Università di Siena (494ª nella classifica di Shanghai) e la «Gabriele D'Annunzio» di Chieti e Pescara, che non figura neppure tra le prime 500 del pianeta. Numeri alla mano, risulta che dall'ateneo abruzzese, che grazie al contenitore unico di un'omonima Fondazione presieduta dal rettore Franco Cuccurullo e finanziata da molte delle maggiori case farmaceutiche (Angelini, Kowa, Ingenix, Fournier, Astra Zeneca, Boheringer, Bristol- Myers...), conta su una università telematica parallela non meno generosa, sono usciti nel 2007 la bellezza di 5.718 studenti con laurea triennale. In maggioranza (53%) immatricolati, stando ai dati, nell'anno accademico 2005-2006 o dopo. Il che fa pensare che si siano laureati in due anni o addirittura in pochi mesi. Quanto all'ateneo di Siena, i precoci nel 2007 sono risultati 1.918 su un totale di 4.060 «triennali»: il 47,2%. La metà.

Ancora più sorprendente, tuttavia, è la quota di maschi: su 1.918 sono 1.897. Contro 21 femmine. Come mai? Con ogni probabilità perché alla fine del 2003 l'Università firmò una convenzione coi carabinieri che consentiva ai marescialli che avevano seguito il corso biennale interno di farsi riconoscere la bellezza di 124 «crediti formativi». Per raggiungere i 148 necessari ad ottenere la laurea triennale in Scienza dell'amministrazione, a quel punto, bastava presentare tre tesine da 8 crediti ciascuna. E il gioco era fatto. Ma facciamo un passo indietro. Tutto era nato quando, alla fine degli anni Novanta, il ministro Luigi Berlinguer, adeguando le norme a quelle europee, aveva introdotto la laurea triennale. Laurea alla portata di chi, avendo accumulato anni d'esperienza nel suo lavoro, poteva mettere a frutto questa sua professionalità grazie al riconoscimento di un certo numero di quei «crediti formativi» di cui dicevamo. Un'innovazione di per sé sensata. Ma rivelatasi presto, all'italiana, devastante. Colpa del peso che da noi viene dato nei concorsi pubblici, nelle graduatorie interne, nelle promozioni, non alle valutazioni sulle capacità professionali delle persone ma al «pezzo di carta», il cui valore legale non è mai stato (ahinoi!) abolito. Colpa del modo in cui molti atenei hanno interpretato l'autonomia gestionale. Colpa delle crescenti ristrettezze economiche, che hanno spinto alcune università a lanciarsi in una pazza corsa ad accumulare più iscritti possibili per avere più rette possibili e chiedere al governo più finanziamenti possibili. Va da sé che, in una giungla di questo genere, la gara ad accaparrarsi il maggior numero di studenti è passata attraverso l'offerta di convenzioni generosissime con grandi gruppi di persone unite da una divisa o da un Ordine professionale, un'associazione o un sindacato. Dai vigili del fuoco ai giornalisti, dai finanzieri agli iscritti alla Uil. E va da sé che, per spuntarla, c'è chi era arrivato a sbandierare «occasioni d'oro, siore e siore, occasioni irripetibili». Come appunto quei 124 crediti su 148 necessari alla laurea, annullati solo dopo lo scoppio di roventi polemiche. Un andazzo pazzesco, interrotto solo nel maggio 2007 da Fabio Mussi («Mai più di 60 crediti: mai più!») quando ormai buona parte dei buoi era già scappata dalle stalle. Peggio. Perfino dopo quell'argine eretto dal predecessore della Gelmini, c'è chi ha tirato diritto. Come la «Kore» di Enna che, nonostante il provvedimento mussiano prevedesse che il taglio dei crediti doveva essere applicato tassativamente dall'anno accademico 2006-2007, ha pubblicato sul suo sito internet il seguente avviso: «Si comunica che, a seguito della disposizione del ministro Mussi, l'Università di Enna ha deciso di procedere alla riformulazione delle convenzioni» ma «facendo salvi i diritti acquisiti da coloro che vi abbiano fatto esplicito riferimento, sia in sede di immatricolazione che in sede di iscrizione a corsi singoli, nell'ambito dell'anno accademico 2006-2007».

Bene: sapete quanti studenti risultano aver preso la laurea triennale nell'ateneo siciliano in meno di due anni grazie ad accordi come quello con i poliziotti (76 crediti riconosciuti agli agenti, 106 ai sovrintendenti e addirittura 127 agli ispettori) che volevano diventare dottori in «Mediazione culturale e cooperazione euromediterranea»? Una marea: il 79%. Una percentuale superiore perfino a quella della Libera università degli Studi San Pio V di Roma: 645 precoci su 886, pari al 73%. E inferiore solo a quella della Tel.M.A., l'università telematica legata al Formez, l'ente di formazione che dipende dal Dipartimento della funzione pubblica: 428 «precoci» su 468 laureati. Vale a dire il 91,4%. Che senso ha regalare le lauree così, a chi ha l'unico merito di essere iscritto alla Cisl o di lavorare all'Aci? È una domanda ustionante, da girare a tutti coloro che hanno governato questo Paese. Tutti. E che certo non può essere liquidata buttando tutto nel calderone degli errori della sinistra, come ha fatto l'altro ieri Mariastella Gelmini dicendo che di tutte le magagne universitarie «non ha certo colpa il governo Berlusconi che, anzi, è il primo governo che vuol mettere ordine». Sicura? Certo, non c'era lei l'altra volta alla guida del ministero. Ma la magica moltiplicazione delle università (soprattutto telematiche), la corsa alle convenzioni più assurde e il diluvio di «lauree sprint», lo dicono i numeri e le date, è avvenuta anche se non soprattutto negli anni berlusconiani dal 2001 al 2006. E pretendere oggi una delega in bianco perché «non si disturba il manovratore», è forse un po' troppo. O no?

Sergio Rizzo
Gian Antonio Stella

venerdì 24 ottobre 2008

Riflessioni su libertà e paura


Spesso può accadere che, dopo una giornata spesa a lavorare, magari dietro una scrivania, a contatto col pubblico, davanti ad un PC, a studiare sui libri o davanti ad un nastro trasportatore, si torni a casa, e si cerchi relax. E nell'isola di relax che ci si trova, se se ne trova il tempo, la lettura o l'ascolto dei telegiornali sono attimi preziosi.

Ed è proprio allora che inizia il divertimento: dichiarazioni tanto decise e infervorate da poter essere poi smentite con la massima calma e tranquillità, che suonano come dichiarazioni di guerra, nell’affermazione di una libertà proclamata. Ma quella che governa è la paura, e diffondere il terrore sembra sia diventata una disciplina olimpica apprezzata a livello mondiale. E paura genera paura. Ma, soprattutto, la paura vende.

Paura dell’altro-da-sé, paura della recessione economica, paura di non farcela.

Forse dunque è per questo che, per paura di non avere la situazione sotto controllo, si inizia a limitare, almeno a parole, la libertà, o almeno lo si sostiene con convinzione.

Credo che il modo di agire potrebbe essere ben diverso. Riporto qui di seguito un discorso di Alcide De Gasperi che mi sembra esemplificativo della tensione verso democrazia, libertà e all’impegno. pur riferendosi alla scelta tra Monarchia e Repubblica, appare estremamente attuale:



La domanda vera è questa: «Volete instaurare la Repubblica, cioè, vi sentite capaci di assumere su voi, popolo italiano, tutta la responsabilità, tutto il maggior sacrificio, tutta la maggiore partecipazione che esige un regime, il quale fa dipendere tutto, anche il Capo dello Stato dalla vostra personale decisione, espressa con la scheda elettorale?
Se rispondete sì, vuole dire che prendete impegno solenne, definitivo per voi e per i vostri figli di essere più preoccupati della cosa pubblica di quello che non siete stati finora, d'aver consapevolezza che essa è cosa vostra e solo vostra, di dedicarvi ore quotidiane di interessamento e di lavoro; ma soprattutto vorrà dire che avete coscienza di potere con la vostra opera difendere nella Repubblica la libertà che è il bene supremo, la libertà di coscienza del cittadino in tutti i campi di fronte allo Stato, ai partiti, alla collettività sociale, la libertà di essere ciascuno padrone in casa vostra. E avete la coscienza che questa forma dello Stato non minaccia, ma rafforza l'unità del paese.1



Si parla spesso di ‘strategia del terrore’, perché c'è sempre qualcosa che ci fa paura affrontare. Fa comodo chiudersi e vedere quel che ci sta accanto. E una visione miope della realtà impedisce di considerare le cose importanti: si smette di investire, si smette di pensare al futuro, a coltivare una società che guardi al di là del proprio naso, non necessariamente la società del "Mulino Bianco", ma una società che si impegni con coerenza, che integri meglio che può, in uno scambio di idee e di culture, insieme all’altro, allo straniero, e non separata da esso.

Penso che il futuro ci chiami ad agire, non a reprimere la novità, al dialogo, alla sfida. E se non investiamo noi nel nostro futuro, o su quello che sarà dei posteri, chi lo farà?

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1 Il testo integrale del discorso è reperibile sul sito Internet www.degasperi.net/show_doc.php?id_obj=1733&sq_id=0.
Contributo inviato da Alessandro Zocchi

Cure ai clandestini: il colpo di spugna della Lega

Ecco l'emendamento presentato in Senato. Denuncia per chi si cura ma non ha il permesso, pagamento anticipato delle prestazioni

“L'accesso alle strutture sanitarie da parte dello straniero non in regola con le norme sul soggiorno non può comportare alcun tipo di segnalazione all'autorità, salvo i casi in cui sia obbligatorio il referto, a parità di condizioni con il cittadino italiano”.È questo il passaggio del Testo Unico sull’immigrazione che la Lega vuole eliminare. E spera di farlo con un semplice colpo di penna: “Il comma 5 dell’articolo 35 del decreto legislativo 25 luglio 1998, n.286 è soppresso” recita un emendamentoal disegno di legge sulla sicurezza presentato a palazzo Madama da cinque senatori in camicia verde.L’intento dichiarato è permettere che i clandestini vengano segnalati, e quindi espulsi, dopo le cure. È più probabile però che in questo modo si tengano semplicemente i clandestini lontani dagli ospedali, con le prevedibili disastrose conseguenze per la loro salute e per quella di chi (in caso di malattie infettive) entrano con loro in contatto. Oltre che eliminare il divieto di segnalazione, l’emendamento al disegno di legge sulla sicurezza prevede un giro di vite anche sul pagamenti delle prestazioni sanitarie da parte dei clandestini. Questo andrà effettuato prima delle cure e solo se queste sono urgenti e non differibili potrà essere posticipato. Ad ogni modo, chi si rifiuterà di pagare verrà denunciato.
Scarica l’emendamento presentato dalla Lega