Visualizzazione post con etichetta politica. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta politica. Mostra tutti i post

lunedì 23 maggio 2011

Disperati, promettono ministeri al nord e sanatoria sulle multe

Disperati! La prospettiva di perdere Milano nel ballottaggio di domenica prossima manda Bossi e Berlusconi nel panico, disposti a qualunque stravolgimento o quantomeno a qualunque promessa. Ad ispirarli sembra essere Cetto Laqualunque.
Letizia Moratti, da parte sua, promette una sanatoria per le contravvenzioni al codice della strada. Insomma, qualunque cosa pur di rimanere attaccati alle loro poltrone.
La lega non resiste alla tentazione e al proprio sempre più insaziabile appetito. Vuole ottenere due ministeri al nord, metterci le mani sopra e soprattutto dentro.
Spero che i milanesi non si facciano incantare da queste sirene disperate.

domenica 28 novembre 2010

L'esorcismo e il tradimento

Avete notato con che frequenza Silvio Berlusconi accusa di crimini e reati, politicamente parlando ovviamente, le altre forze politiche? Quasi un'ossessione. Criminale andare alle urne ("ma tanto stravinciamo noi"); un reato negare la fiducia al governo da parte di Futuro e Libertà.
Che l'attuale presidente del consiglio sia tra i politici meno misurati di sempre, è cosa nota. Ma perché tanta insistenza sui reati e crimini altrui?
Con tutte le inchieste che lo coinvolgono, direttamente o indirettamente, penalmente e non politicamente, non sarà un esorcismo?

L'altro ritornello berlusconiano di questi giorni è il tradimento. Se i parlamentari di Futuro e Libertà non voteranno la fiducia al governo il prossimo 14 dicembre, saranno tacciati di tradimento nei secoli a venire.
Impossibile non andare con la memoria al primo governo Berlusconi, silurato dopo sei mesi di vita per iniziativa della Lega di Bossi. Anche allora l'accusa fu di tradimento. "Mai più con la Lega" disse Silvio Berlusconi. Ma sappiamo bene che non è andata così. La Lega è tornata ad essere un buon alleato, anzi il migliore, anzi l'unico rimasto, in effetti.
Ogni lunedì Berlusconi e Bossi cenano assieme. Uomo di parola Berlusconi!
Diamo tempo al tempo e, forse, alle cene del lunedì aggiungeranno un posto a tavola.

mercoledì 24 novembre 2010

Sappada, il corto circuito leghista

Il comune di Sappada vuole abbandonare il Veneto e passare col Friuli Venezia Giulia. Dopo un referendum consultivo ora c'è il via libera della regione friulana e un'apposita proposta di legge è stata presentata in parlamento.

Sappada al Fvg, voto favorevole in Consiglio regionale al documento presentato dall’Udc.

Col documento approvato il Consiglio regionale chiede al Parlamento e al Governo di «procedere prontamente all’esame e all’approvazione di una legge» per il passaggio di Sappada dal Veneto al Friuli Venezia Giulia.
Tra le file della maggioranza si è astenuto soltanto Roberto Marin (Pdl) mentre tutti gli altri, compresa la Lega Nord, nonostante la contrarietà del presidente del Veneto, Luca Zaia, hanno dato il loro via libera.

Un voto che esalta la logica tutta leghista del pronunciamento. A Sappada la maggioranza dei cittadini ritiene più conveniente passare a una regione a statuto speciale, spera cioè in maggiori finanziamenti e benefici.
E gli altri comuni del bellunese? Questa è una domanda che non ha cittadinanza fra i promotori. «O il Veneto capisce i nostri problemi – ha affermato il rappresentante del Comitato - o glieli faremo capire in massa».

Il richiamo di Zaia, presidente della giunta regionale del Veneto, al federalismo come vera soluzione ai problemi, non arriva alle pance dei leghisti di Sappada e cade penosamente nel vuoto.

http://ilpiccolo.gelocal.it/dettaglio/sappada-al-fvg-voto-unanime-in-consiglio-regionale/2814525

http://corrieredelveneto.corriere.it/veneto/notizie/politica/2010/23-novembre-2010/sappada-friuli-udc-si-ribella-non-cosi-che-si-risolvono-problemi-1804229632821.shtml

sabato 3 aprile 2010

Pillola RU-486. La sanità "federalista" di Zaia e Cota

Zaia e Cota, delirio di onnipotenza o trucchetti da cacciatori di consensi facili?
L'elogio del Vaticano
Bersani: "Non sono imperatori"

Il trattamento con la pillola RU-486 come alternativa all'interruzione volontaria della gravidanza per via chirurgica, è stato approvato dai competenti organismi nell'ambito della Legge 194 del 1978.
Il farmaco è già stato adottato in 30 paesi, tra cui la Francia, la prima, tutti i paesi del nord Europa, e persino uno stato a religione islamica come la Tunisia.

I presidenti delle giunte regionali del piemonte e del veneto, nominati da poche ore, non hanno perso l'occasione per mettersi, come diciamo in veneto, dalla parte del formenton - non so come si dica in piemontese, pardon - e gridare "Mai nei nostri ospedali". Mutuando la propria linea sugli OGM, Zaia ha sentenziato "Non daremo mai l'autorizzazione".
Grande rilievo sui mezzi di informazione. Tutti parlano di Cota e Zaia. La chiesa, con monsignor Fisichella, abbocca istantaneamente e plaude a "atti concreti che parlano da soli". C'è già chi allude a un asse Chiesa-Lega, di cattoleghismo e di balena verde.

Ma i cosiddetti Governatori hanno il potere di impedire, in quello che ritengono il loro feudo, l'applicazione di una legge dello stato?. Ovviamente no! E quando il ministro della salute li invita, un po' stizzito, a leggersi la legge, prontamente Cota fa marcia indietro, rettifica, precisa e chiarisce che lui applicherà la legge. Questa è ormai una tecnica collaudata nel centro destra. L'hanno imparata tutti dal socio di maggioranza: spararla grossa e poi dare l'interpretazione autentica, con un piccolissimo problema: che per bersela come buona bisogna dimenticare tutto quello che è stato detto il giorno prima.

Il vero potere delle regioni è la scelta tra il trattamento in day osptital o il ricovero di tre giorni.

Zaia però non ha fatto retromarcia. Alla fine farà come Cota ma intanto continua a recitare la parte dell'imperatore del veneto. Teatro, solo teatro. E il presidente brillantina Linetti è un bravo attore che sa reggere la scena.
Che sia questo il federalismo di marca leghista? Se così fosse bisognerebbe parafrasare il ragionier Ugo Fantozzi: per me il federalismo è una cagata pazzesca!

Pietro Tosarello

lunedì 1 febbraio 2010

Dibattito a Castelmassa sul futuro della sanità nell'altopolesine

Incontro pubblico:

QUALE FUTURO PER LA SANITÀ PUBBLICA ALTOPOLESANA

Ospedale "San Luca" di Trecenta
Punto Sanità di Castelmassa e di Badia Polesine

Giovedì 4 febbraio 2010
ore 21:00
presso la sala consigliare del Comune di Castelmassa

Interverranno:

Guglielmo BRUSCO,
Vicepresidente della Provincia di Rovigo, Assessore provinciale alla salute e tutela del cittadino

Pietro TOSARELLO,
Esponente del PD di Badia Polesine

Alberto SIMI
Coordinatore circolo PD di Castelmassa

domenica 13 settembre 2009

La sai l'ultima?




Ormai non c'è neanche più bisogno di sforzarsi un po' per fare battute e vignette sul premier. Ci pensa lui: basta riportare quello dice e il gioco è fatto.


giovedì 10 settembre 2009

giovedì 9 luglio 2009

Dacci oggi il nostro pane quotidiano

Segnalo l'ultima puntata di "C'era una volta", ricca di informazioni e interviste particolarmente interessanti. Opportunamente in onda nel giorno di inizio del G8.

C’era una volta racconta come il mercato delle granaglie, investito dalla locusta speculativa, abbia visto triplicare i prezzi di generi alimentari di prima necessità precipitando milioni di famiglie, soprattutto nei paesi più poveri, nella disperazione e nella fame. Ma più importante era la nuova e milionaria avventura dei biocarburanti che dalle granaglie vengono prodotti.

Vai al sito del programma.
Per il momento non è possibile rivedere la puntata ma potrebbe esserlo fra qualche tempo. Cerca nel sito Rai http://www.rai.tv/dl/RaiTV/homeTv.html

Ciao. Piero Tosarello

domenica 22 febbraio 2009

Considerazioni sul PD: conversazione con Nadia Urbinati

C’è una differenza di fondo tra il Partito democratico Usa e il Pd italiano.
Oggi quello americano è una formidabile macchina organizzativa di elettori, senza smagliature ideologiche e con una cultura laica e libertaria di fondo. In più l’avversione ai repubblicani è radicale. Nel Pd italiano invece convivono posizioni opposte sui diritti civili e sul dialogo politico, che possono farlo implodere».
Conversazione ad ampio raggio quella con Nadia Urbinati, cattedra di «Political Theory» alla Columbia University diNewYork, studiosa di HannahArendt e dell’Individualismo democratico (ultimo suo libro per Donzelli).
Tesi politica di Urbinati: il Pd deve coagularsi nella società civile, darsi un riconoscibile linguaggio di sinistra, fondato sul nesso «diritti/emancipazione».
Altrimenti?
Altrimenti in Italia passerà l’ondata emotiva di destra, che sta sgretolando i fortilizi storici della sinistra. E in virtù di una manipolazione «esistenziale e decisionista», che drammatizza i problemi «per risolverli in chiave autoritaria e potestativa».
Ad esempio, spiega Urbinati, l’attacco alle donne su due fronti: quello quasi quotidiano degli stupri e quello operato dal presidente del Consiglio che parla delle donne nello stesso modo in cui
parla degli immigrati. La retorica della politica della sicurezza è come un double bind, dice: «da un lato si mandano imilitari nelle strade violando la Costituzione, perché non esiste veramente uno stato di emergenza; dall’altro si fomenta il clima di paura non solo perché la paura genera violenza ma anche perché si giustifica l’impossibilità di garantire la sicurezza usando l’argomento dell’ineluttabilità della natura umana. Ci viene detto cioè che l’uomo è cacciatore e violento per sua natura, come se questo fosse una fatalità.E lo stupro è il riconoscimento della bellezza femminile. Politica e linguaggio che sono una vergogna, una iattura per l’Italia».
E non è l’unica vergogna.
Professoressa Urbinati, per «The Economist» quello di Eluana è stato undramma nazionale che ha rivelato la stabile influenza della Chiesa e l’insofferenza del Premier verso le regole del diritto. È stato questo il «film»?
«The Economist ha capito tutto, concordo totalmente. La situazione è grottesca. Sappiamo
benissimo che cos’è lo stato di diritto e ciò che avviene risponde a una logica precisa e a due facce. Da un lato questo pontificato recupera un ruolo teocratico di fondo, insofferente per il rispetto delle sfere autonome di vita, per le scelte del singolo. Dall’altra parte l’esecutivo prevarica la divisione dei poteri in chiave decisionista».
Eppure all’inizio la maggioranza degli italiani era favorevole alla battaglia di Beppino Englaro...
«Sì, ma l’esecutivo rimescola e cavalca l’onda delle emozioni. E il paradosso è che questa
maggioranza politica, dai larghi numeri, invece di unire gli italiani, stimola continue divisioni e lacera le coscienze. È un approccio esistenziale ultimativo. Privo di mediazioni politiche. Come del resto accade sul piano della sicurezza, giocata sul filo della paura. Il risultato non può che essere l’appello all’autorità salvifica, come l’unica in grado di dirimere conflitti insolubili in modo
imperativo».
È una destra che vuole imporre al paese una sorta di bipolarismo etico? Una destra da stato etico?
«Attenti a non nobilitarla troppo con queste definizioni. Non è nemmeno da stato etico.
La verità per ora è più semplice. Berlusconi vuol fare con lo stato quello che ha fatto da imprenditore con le sue aziende. La sua è una scommessa megalomane e narcisistica, per radicare il proprio potere personale e dispotico nelle istituzioni. Forse è la Chiesa cattolica a coltivare l’ambizione di una politica etica, usando l’occasione fornitale da Berlusconi».
Il tutto in un quadro di lacerazioni molteplici, segnato da intolleranze e violenze di branco sul territorio.
Da pendolare tra Usa e Italia, che percezione antropologica ha del paese?
«Prima di arrivarci, vorrei tornare alle politiche della sicurezza, il che è già un inizio di risposta. Anche qui c’è come un approccio imprenditoriale. Lo stato incrementa l’ansia di sicurezza, per
giustificare mezzi speciali, magari simbolici, come l’uso dell’esercito in strada. E per stimolare la richiesta di autorità. Un circolo vizioso. Quanto al paese reale, mi sembra in preda a una doppia sindrome. Dove convivono fatalismo e angoscia. Per un verso c’è un senso di impotenza e rassegnazione. E al contempo,un vissuto incattivito e da ultima spiaggia. Il paese talvolta pare peggiore di Maroni... Vive con diffidenza e preoccupazione gli stranieri, li teme, benché l’Italia sia
un paese di migranti e genti mescolate. E alla fine convive assuefatta con le sue litigiosità
e le sue emergenze. Spesso accollandole ai diversi».
In questo clima però si è cristallizato un blocco emotivo e sociale conservatore che può scalzare del tutto la sinistra dalla società civile. È un rischio reale?
«Altroché! E questo per me è un dramma dai tempi lunghi, almeno partire dal 1994.
Occorrerebbe fare la storia della sinistra dal 1989per capire come quel blocco si è formato,
e perché non lo si è contrastato con efficacia. La sinistra nel suo insieme - parlamentare e no - ha perso il suo linguaggio specifico, e ha mancato sul piano della leadership. In un sistema rappresentativo questo è un punto essenziale. Senza leader rapppresentativi nei quali identificarsi sul piano emotivo e ideale, c’è il vuoto».
La crisi di leadership non nasce anche dall’aver abbandonato interessi, radicamento e memorie condivise legate all’emancipazione dei subalterni?
«Certo, è innegabile. Almeno da quando la sinistra ha smesso di coniugare governo ed
emancipazione sociale. Dopo aver aperto al privatismo nella scuola e al precariato, da Prodi a D’Alema! Sul piano ideale chiusi i libri marxisti, non se ne sono aperti degli altri, e non c’è più stata una seria riflessione teorica. Per liberalismo si è inteso un semplice mercato regolato, e la meritocrazia ha avuto la meglio sull’eguaglianza delle opportunità.
Quanto alla “cittadinanza”, la si è declinata in versione legalistica e astratta, senza politiche e progetti sociali. Laddove al contrario, essa è strumento di emancipazione universale, nonché potere democratico di controllo, oltre che terreno inclusivo dell’ospitalità»
Mentre il Pd non sa dove sedersi a Strasburgo, l’americano«Newsweek»titola in copertina: «siamo tutti socialisti». Che c’è di vero?
«È il grande dibattito Usa del momento. Al centro ci sono il ruolo dello stato in economia, i piani di salvataggio per imporre regole alle banche. E gli indirizzi produttivi. Socialismo equivale a spauracchio, ma allude a una necessità di governo economico. Non si può rinunciare aun ruolo forte del pubblico per rilanciare il meccanismo economico. Ecco la verità che si è fatta strada».
Qual è il nocciolo sociale del consenso trainante di Obama, nel mondo produttivo e dei lavori?
«Elettorato ampio, fatto di “professionals” - lavoratori delle professioni libere - sottoclassi, emarginati e precari. E lavoratori dell’industria, comunemente reputati in diminuzione e nondimeno oggetto dell’attenzione diObama, deciso ad aiutare l’industria automobilistica.
La sensazione è quella di una situazione gravissima, dove il mercato si è inceppato e si rivelato incapace di funzionare. Ecco perché lo stato deve intervenire. E l’augurio è che intervenga non solo per far ripartire l’economia, ma per distribuire opportunità e ricchezza. Come ha promesso
Obama».


Chi è e cosa sta facendo Nadia Urbinati

Nadia Urbinati insegna Teoria Politica nel Dipartimento di Scienza politica della Columbia University di New York. Laureata all’Università di Bologna, tra i suoi maestri ci sono stati Norberto Bobbio ed Eugenio Garin.
Si occupa di pensiero politico moderno e contemporaneo e di teoria democratica e liberalismo.
Sta lavorando a un progetto di studio sull’ «antipolitica» moderna, in una chiave critica
contro il populismo di destra e contro l’approccio «cognitivista»di Habermas. Una prospettiva
«emotiva»quella di Urbinati, ispirata a Hannah Arendt. Tra i suoi numerosi lavori, oltre a
«L’individualismo democratico», il recente volume sulla «Democrazia rappresentativa»,
che sta per uscire in Italia sempre per Donzelli.


Bruno Gravagnuolo, L'Unità - lunedì 16 Febbraio 2009


Segnalato da Sara Bacchiega - coord. circolo PD di Fratta Polesine

mercoledì 18 febbraio 2009

E' "morto" il Leader, non il Partito.


Le dimissioni di Veltroni chiudono un periodo travagliato per la sinistra italiana e in particolare per il PD. Un periodo iniziato sotto i migliori auspici, ma che ha visto una chiusura quanto dolorosa quanto improvvisa. Walter lascia un partito profondamente smarrito che deve ritrovare dei valori (che appaiono dai contorni molto sfocati), una strada politica nuova che possa aiutarlo a risorgere.


Intendiamoci: le sue dimissioni sono il gesto più responsabile che abbiamo visto nella politica italiana recente, in quanto egli non ha tirato dritto di fronte alla sconfitta di Soru, ma ha preso atto degli errori da lui commessi (una leadership debole tra i problemi principali ma anche il fatto di non aver "imposto" i voti delle primarie); bisogna però sottolineare come le dimissioni raccolgono anche gli errori di altri membri della "nomenklatura democratica". I continui dissidi verso la linea del PD non hanno aiutato, ma hanno aumentato le divisioni di fronte ad un centro-destra all'apparenza diviso ma unito sotto l' "imperialismo berlusconiano". Ma allora che succede? Per ritrovare la rotta, anche noi abbiamo bisogno di un Berlusconi? Certamente no, ma serve un leader con più autorità che rispetti le idee di tutti, ma guidi il partito in modo fermo e deciso verso la rinascita.


Il PD deve essere "costruito" non "ri-costruito", è rimasto legato ad un'idea, ad un progetto, ad un simbolo, a quelle due lettere tricolori, mostrando una struttura sostanzialmente fragile a livello centrale ma che trova uno straordinario esempio di vita nella rete dei Circoli locali, dai quali bisogna e si deve partire.


Ci si deve dimenticare poi dell'idea che "morto il Papa, morto il Vaticano": certamente l'immagine del PD è stata legata a quella voglia di riformismo della sinistra portata avanti da Veltroni, ma finito il suo mandato, il Partito deve continuare a vivere e a lottare, perchè non si può pensare né ad una scissione né a nessun'altra forma di auto-distruzione, il prezzo da pagare sarebbe troppo alto. Il PD deve fin da ora tracciare una rotta che, in attesa del Congresso, traghetti il partito verso una risalita (in vista anche delle prossime scadenze elettorali), cercando finalmente di puntare su un fortissimo rinnovamento della classe dirigente, per portare avanti le "facce nuove".


Comuqnue sia, caro Walter, a te va un ringraziamento sentito per quanto ci hai saputo regalare in questi mesi, con l'augurio che le tue dimissioni possano davvero segnare l'inizio dell'era del cambaimento, l'inzio di una nuova stagione democratica.

giovedì 18 dicembre 2008

Abiezione...

Abiezione: secondo il dizionario “Stato, condizione di persona o cosa abietta; vergogna, infamia: abiezione d'animo, di pensieri, di costumi - Avvilimento, disonore: vivere, cadere nell'abiezione” appunto.

Insomma, un essere abietto è una persona che mortifica la sua stessa essenza di essere umano, e quindi si trova in una posizione “abietta”. Potrebbe essere il caso di una prostituta, costretta a vivere in una schiavitù resa ancora più tremenda dal fatto di essere alla luce del sole, in mezzo ad una strada ad essere in una posizione abietta. Potrebbe essere un mafioso, che uccide, che spaccia droga, che rapisce e poi si trova a vivere in casa di una persona importante ad essere in una posizione abietta. Come lo sarebbe anche l’ospitante in questa eventualità, che per una questione di convenienza “convive” placidamente con il suddetto individuo. Potrebbe essere un’azione abietta quella di impossessarsi con la corruzione di alcune aziende, che so una fabbrica di paralumi, di lacci per scarpe o un gruppo editoriale. Sintomo di abiezione morale potrebbe essere quello di non rispondere alle domande di un Pm che vuole sapere da dove vengono alcune decine di milioni di euro o di aver fatto parte di progetti massonici poco chiari.

Ci sarebbero almeno altre tre pagine di esempi su quello che potrebbe essere l’abiezione morale nel suo senso più vasto, ma mi è difficile pensare che sia sintomo di abiezione, quello di votare per uno schieramento politico diretto da una persona incensurata e che ha il pregio di aver fatto recuperare decine di miliardi di lire e di aver smascherato uno dei sistemi di corruzioni più estesi del mondo. Ma per l’onorevole Berlusconi non è così. Quindi il quotidiano “Corriere Della Sera” pubblica queste dichiarazioni: "A quelli che si sono lasciati abbacinare da ciò che il signor Di Pietro continua a predicare ogni giorno, dite che votarlo e' un vero e proprio atto di abiezione morale."

Difficile che uno che usa un parolone come “abbacinare” non conosca anche quello di abiezione, quindi sarebbe strano che ora se ne uscisse con un sempre verde “sono stato frainteso”.

Meraviglioso non credete?

Contributo inviato da Ivan Astorelli

lunedì 8 dicembre 2008

Strano popolo quello Romeno...


Strano popolo quello Romeno. Persone capaci di dire cose assurde all’orecchio dell’evoluto Italiano medio abituato a decenni di buon governo, di esempi di democrazia partecipata e di grande coerenza.

Strano popolo soprattutto se si pensa che hanno dei gusti strani per scegliersi i loro rappresentanti.

Già, se si pensa che non sono nemmeno capaci di fare una telerissa elettorale come si deve, a suon di insulti feroci, sedicenti stallieri, lauree negate seduta stante, «coglioni», campagne per il “disordine”pubblico, emergenze nazionali, citazioni di Obama e senza nemmeno menzionare il proprio avversario politico rivolgendosi ad esso come «il principale esponente dello schieramento a noi avverso».

Loro no, sono ancora indietro poverini, e si limitano a lanciarsi qualche bicchiere d’acqua stizziti da il contraddittorio che, come si sa bene, da noi è sempre presente e vigile.

Ma loro vanno oltre, nella loro arretratezza. Così, una persona volenterosa come Alemanno, che è molto attento alle tematiche e alle tensioni razziali, aveva pensato bene di nominare una rappresentante dei rapporti tra Romania e Italia, ma questi cittadini romeni cosa ti combinano? Dicono “picche” a gran voce contestando la soubrette con argomenti di dubbio gusto.

Sembra che i nostri amici Romeni debbano ancora imparare molto da noi Italiani, che infatti avevamo fatto subito una mossa “all’Italiana” pensando a lei, per i rapporti tra i due paesi per le limpide doti dimostrate sul campo. Memorabile, per citarne una delle tante, la mirabile interpretazione della soubrette con Gerry Scotti, nei panni del vampiro e lei della nipotina innocente che, in sottoveste, viene attaccata dal Dracula alla Lombarda. Un vero esempio di tradizione romena che và ben oltre i canoni dei soliti luoghi comuni. Ma i Romeni, come abbiamo detto non ci stanno e protestano a gran voce sul Messaggero: «La Badescu non ci rappresenta vorremmo sapere per quale motivo Alemanno l'ha scelta, non ha nessuna competenza oltre a quella di essere, come dice lei, miss Romania» oppure «Va bene che una donna sia bella, se fa un calendario glielo compro - ha detto Cosmin, 58 anni, in Italia da più di dieci - ma non voglio una persona così in Comune, è inadeguata e non conosce i nostri problemi».

C’è chi si lascia prendere un po’ la mano, e sempre attraverso il Messaggero, fa partire un esempio di “stroncatura” politica, che in Italia farebbe subito cessare, il costante ed indispensabile “dialogo” tra le forze politiche, ma che si perdona perché viene da un cittadino Romeno, che si sa, non ha ancora dimestichezza con il metodo “democratico”: «è una ex comunista che sta con un fascista che porta la croce celtica al collo».

Che dire di più. La povera Ramona incassa con eleganza le critiche: «Io sono da poco nell'ambiente della politica - spiega - e sto cercando di imparare e recuperare. Per questo ho bisogno di più suggerimenti possibili, anche delle critiche per svolgere il ruolo di consigliere che ho preso molto sul serio», anche se bisogna dire che l’unico suggerimento che esce da queste contestazioni e quello di lasciare perdere e la soubrette-politik sembra voler andare per la sua strada. Perché è così che si fa in Italia, lo devono imparare gli amici Romeni. Da noi abbiamo nani e ballerine, pregiudicati e riciclati, ribaltoni, ex fascisti non del tutto pentiti e compagnia bella. Insomma, abbiamo gente che sa come si manda avanti uno stato, pur stando nel set di un calendario. Abbiamo dei ministri che c’è lo dimostrano.

Abbiamo Renato Brunetta che ha dovuto “rinunciare al premio Nobel” (a suo dire) per aiutare il nostro paese a liberarci dai “fannulloni”, anche se il deputato Barbato, non è molto d’accordo, definendolo il “prototipo del vero fannullone” visto che è un Ministro ma si ostinerebbe a prendere lo stipendio da parlamentare, pur non essendo più un deputato.

Ecco: questo devono imparare i nostri amici Romeni, e smettere di attaccare la bella Ramona, che in fin dei conti era li per caso. Ora, prenderà qualche lezione di recupero e si preparerà quasi fosse obbligatoria per lei la discesa in campo in politica. I nostri amici Romeni devono capire che nella maggior parte dei casi in Italia, meno hai da offrire al popolo, più vali.


Contributo inviato da Ivan Astorelli

sabato 29 novembre 2008

Caffè di traverso...


Se la mattina vi alzate, vi fate la doccia, vi presentate al cospetto della giornata con dei buoni propositi, forse dovreste evitare di collegarvi su Canale 5, per evitare che il caffè vi vada di traverso. Si è arrivati ad un punto dove ormai, sembra essersi realizzato magicamente, quel progetto di rinascita democratica che tanto aveva attanagliato i sogni di molti potenti. Oggi, l'intrattenimento e l'informazione (o presunta tale) si fondono in molte trasmissioni, ma la più "bella" e completa di tutte e sicuramente Mattino 5, condotta da Barbara D'Urso e un parterre d'eccezione tra i quali figura anche il noto giornalista Filippo Facci, che con l'aria di uno che è stanco di ripetere cose ovvie, arringa le masse di Mediaset con diverse tipologie di momenti. A volte si presenta con una rassegna stampa, piuttosto smilza in realtà, ma non si vuole annoiare la casalinga di Voghera, o addirittura, l'editoriale parlato. E così, tra un flirt dei vip e un sedicente giallo irrisolto, il telespettatore può usufruire di un commento sull'attualità politica molto "disinteressato".
Così, dalle reti gestite dalla famiglia del Presidente del Consiglio, possiamo sentire che l'opposizione è allo sbando, che Veltroni «sta facendo un errore dopo l’altro»; ma ci insinua un dubbio, tratto da un ragionamento che non fà davvero una piega: «ma siamo sicuri che ci sia solo da compiacersene? Veltroni deve scontare tutti gli errori commessi: ma siamo certi che il disfacimento del suo progetto sia interamente una buona notizia?»
Qui il dubbio sorge spontaneo. Direi che più di un telespettatore si sarà preso un paio di minuti per fare questa fondamentale riflessione con calma. Fortunatamente, la questione si sposta su faccende più significative : «mortale errore, non è andato da solo: s’è portato dietro il cane da guardia, uno che abbaia tutto il tempo, copre ogni tua parola, ti frega la bistecca dal piatto. Imbarcò Di Pietro per avere una minima possibilità di vittoria: ma era persa in partenza, perché Berlusconi era fortissimo e perché il governo Prodi era stato una sciagura. » Un'altra perla regalata agli spettatori che potranno certamente godere di tutta questa saggezza. Di Pietro se lo sarebbero presi per avere un aminima percentuale di vittoria. Insomma, Walter era disperato e doveva vincere. ma poi è lo stesso Facci a proporci l'antitesi a esser buoni o ad autosmentirsi andando contro al suo "impeccabile" ragionamento: «Fanno ridere, ora, quelli che imputano al loro segretario d’averli abbindolati: siamo seri, il progetto di Veltroni non è mai stato vincere delle elezioni che avrebbe perso anche un Berlinguer redivivo; il suo progetto era fondare una sinistra moderna, occidentale, credibile, un avversario e non un nemico.»

Insomma, voleva vincere, ma non voleva vincere. A parte la dubbia credibilità di parlare male di una opposizione dalla tribuna che ti ha concesso il governo, non si capisce dove fosse il tanto professato diritto di replica che emerge ovunque si faccia una trasmissione dove ci si permette di criticare il governo.
Insomma, nulla da dire, una gran bella trasmissione. Del resto è quella stessa rete che ci propone un modello educativo alla Grande Fratello, dove il gioco d'azzardo è una cosa bellissima, il tg è meglio se ci sono meno notizie e più culi e ricette e alla quale la Rai sembra essere stata felicissima di aggiornarsi.

Non bastasse, scopro, appena uscito di casa che lo stesso editoriale era pubblicato uguale identico, parola per parola la mattina stessa sul Giornale. Forse c'entra qualcosa che fanno parte dello stesso patrimonio "di famiglia".

In definitiva...meno male che Facci c'è, se no, come faremo a renderci conto di quanto profondamente deviata sia la libertà d'informazione in Italia.

Contributo inviato da Ivan Astorelli

lunedì 27 ottobre 2008

Il ritorno del Popolo

Repubblica — 26 ottobre 2008

"L' Italia - dice Veltroni gettando lo sguardo all' orizzonte - è un paese migliore della destra che lo governa". Benissimo. Ma il dubbio è che l' Italia alla quale si rivolge il leader del Pd, in piedi nella polvere e seduta sull' erba dello stadio, sia tale anche perché ha compreso che la politica è qualcosa di più e di meglio che dividersi su ogni cosa, specie nello stesso partito, restandone immusonita e a braccia conserte senza produrre niente di nuovo. Il Circo Massimo è pieno, ci mancherebbe. Scenario di ragguardevole bellezza, ruderi e cipressi. Atmosfera serena, partecipazione matura, a tratti perfino gioiosa. Riuscita mescolanza musicale, tutto sommato, nei cortei e sul palco, i Beatles e Bella ciao, gli U2 e Fratelli d' Italia, magari anche Pezzali, chiamato a intrattenere la piazza democratica, di sicuro l' orchestra multietnica di Piazza Vittorio. E poi non ha nemmeno piovuto, come doveva. Tutti contenti, è fatta, anche oggi, evviva. Chissà se alla fine, sotto le nuvole color del piombo, a qualcuno è venuto in mente che quella bella piazza conteneva una specie di lezione. Se la prossima volta, invece che in vista sul palco, sotto il baldacchino, dietro le transenne che delimitavano l' area dei notabili da quella della gente comune, ecco, magari sarebbe potuta andare ancora meglio se i D' Alema, i Rutelli, i Bettini, i Fassino, le Melandri, i Fioroni, i Ranucci, addirittura, invece che lassù, debitamente in vetrina, si fossero mischiati ai manifestanti per raccoglierne più da vicino la voce e anche l' energia. Quale prodigio, insomma, se i dirigenti fossero stati ancora più vicini alla loro gente, rinunciando al ruolo necessariamente privilegiato, in mezzo alla calca, sulla spianata, dove si sta scomodi, o laggiù in fondo, dove non si vede niente, dietro i gazebo, come tutti, come gli altri, come gli ultimi. Che poi, notoriamente, sono i primi. Perché i primi, appunto, sono quelli venuti da lontano, con i treni speciali, quelli normali, e i pullman. Da Avetrana, per dire, lontano Salento, viaggio notturno, a partire dalla mezzanotte, 5 euro e una scorta di bottigliette d' acqua, "a volontà" dice uno con rassicurante allegria. Prima sosta a Canne della Battaglia, per la pipì, poi alla stazione di servizio Casilina. Il pullman li ha lasciati all' Eur, qui hanno fatto colazione, poi hanno preso la metro e adesso sono alla stazione Ostiense. Occhi rossi e piedi gonfi: per il Partito democratico. Così è accaduto. "Io - dice fiero un agricoltore - ho perso una giornata di lavoro". In realtà l' ha regalata al Pd: forse dovrebbero tenerne conto gli ex affittuari del loft, le cui finestre chiuse sono a meno di cento metri dal maxi palco. Per alcuni è un sacrificio, per la maggior parte un divertimento. Comunque la signora con la cerata rossa della Cgil ha 79 anni, viene da Torino ed è partita alle 23,30. Solo quando si potrà leggere questo articolo sarà, forse, tornata di nuovo a casa sua. Forse, potrebbero farci un pensierino gli strateghi di una sconfitta che hanno così duramente fatto fatica a riconoscere. Dividendosi invece di reagire compatti. "Vieni mo' a mangiare": questi manifestanti vengono da Bologna e hanno preso il treno alle 6 e mezzo, sveglia alle quattro. Stanchi? "Mo' no, è normale" sorridono: il partito chiama e loro rispondono, è così dai funerali di Togliatti, gli succede ogni anno di venire a Roma. Uno divora un bignè, camminando; un altro tira il respiro e allunga il passo. I bolognesi, naturalmente, hanno tutti il cappelletto bianco e la bandiera nuova. I napoletani si salutano e si abbracciano, rumorosamente. Arrivano a Roma sospinti da qualcosa di cui s' è persa la traccia, lo spirito della militanza. Senza che alcuno li accolga come si dovrebbe, con un caffè, un panino, un arancio, qualcosa. Ma pazienza, sono abituati a non avere la vita facile. A Ostiense l' onorevole Franceschini gli stringe la mano, firma autografi sui berretti e fa un paio di interviste televisive. Dopo una mezzora se ne va e i treni continuano ad arrivare. Ancora da Bologna, da Genova, da Civitavecchia. Le signore in tuta, con la borsetta leggera e l' ombrello, gli anziani con le scarpe da ginnastica, i ragazzi con il megafono aggiustato con lo scotch. Sembrano, o forse sono davvero in gita, e non gli pesa. Un sorso d' acqua, una sigaretta, un attimo di smarrimento, un sospiro e un sorriso di sollievo al sole autunnale di Roma. Com' è più semplice, e intensa, e generosa, la politica vissuta alla base; e quanto più appagante rispetto a quella dei professionisti! Partono i cortei, tutto va come deve andare, il Circo Massimo si colma. Quanti sono, alla fine? Boh. Benedetto chi è esentato, anche stavolta, dall' esagerazione contabile e necessitata di questi tempi di contatti, audience, sondaggi. Perché negli ultimi anni le stime si confrontano a distanza di mesi e anni e il risultato è che sembrano aver smarrito razionalità, non di rado sfidando matematica, fisica, geometria e buonsenso. Ma quel che davvero fa impressione, oggi, e sorprende più di qualunque eccesso, è che ancora così tante persone hanno risposto all' appello e sono arrivate fin qui. Nonostante la delusione, nonostante la sconfitta e una crisi di rappresentanza che impone novità, fatiche, cautele e che spiega gli aspetti meno felici della vita interna: proliferare di fondazioni, dispetti, sprechi, tentazioni di inciucio sulla Rai, perenne disputa sui soldi, rivalità al sole e pugnalate nell' ombra. Tutto questo oggi può essere, se non archiviato, certo purificato dalla grande partecipazione di tanta gente. I dirigenti del Pd hanno promesso in anticipo il "pienone" senza rendersi conto che forse in questo modo facevano un torto al loro stesso popolo, sminuivano la sua preziosa varietà trasformandola in pura astrattezza numerica, folla indifferenziata. Come quella della foto che l' ufficio propaganda del Pd ha acquistato per avventura, chissà a che prezzo, per reclamizzare sui muri d' Italia la manifestazione, senza accorgersi che era una folla di piazza San Pietro. Ecco: domani non ci sarà bisogno di comprare foto. Al Circo Massimo, per una volta, la politica è ritornata in mano alla "gente" senza paura di qualificare questa entità primaria deformandone la dizione (la "gggente") secondo logiche tele-qualunquiste. E questo è accaduto mentre la regia proiettava a lungo sui maxi-schermi i volti dei soliti noti, D' Alema, Bersani, Epifani, silenziosi visitors a mezzo busto. Nell' arena molti più giovani e donne del solito, belle facce pulite e significative, una varietà e una freschezza che per esprimersi non ha bisogno di edulcorazioni ed espedienti comunicativi perché viene dal basso, secondo l' antica nozione della rappresentanza. Così, vista dal Circo Massimo, sia la vana nevrosi della conta che le cifre inevitabilmente esagerate rischiano di non fare giustizia alla grande e visibile riserva di umanità che il Partito democratico ha messo in campo e portato a Roma da tutta Italia. Striscioni. Cartelli. Ricordi della giornata da riportare al paese. L' orgoglio di Torremaggiore, la fantasia di Pagani, la foto ricordo di Sesto San Giovanni, la compostezza dei sardi. E le ragazze coi capelli verdi scatenate nel mambo, i vecchi metalmeccanici che le hanno viste tutte, quelli che con la mafia devono fare i conti ogni giorno. La storia siamo noi: ma sul serio, come cantavano dal palco, "quelli che hanno letto un milione di libri/ e quelli che non sanno nemmeno parlare". Popolo, nel senso classico e nobile della parola. Persone semplici e anonime, per lo più, ma proprio per questo eccezionalmente piene di allegria e dignità. Emozioni vere, fuori dal recinto dei Vip. "Un' altra Italia è possibile" ha concluso Veltroni. E stai a vedere, forse anche un altro Pd.

FILIPPO CECCARELLI

martedì 14 ottobre 2008

Un giorno alle corse


Riporto un interessantissimo intervento di Luca Sofri (membro del consiglio direttivo nazionale del PD, giornalista, blogger e conduttore radiofonico) che condivido inpieno.

Utile, se non altro, per qualche spunto di riflessione:

"Un giorno alle corse (pubblicato su wittgenstein.it il 3 Ottobre 2008)

Visto che sta circolando anche qualche imbarazzante inesattezza, incollo qui l’appuntone che mi ero scritto – integrandolo con qualcosa tirata fuori all’ultimo momento – per la Direzione Nazionale del PD di stamattina. Poi ho parlato a braccio,e quindi alcune cose sono saltate, ma i concetti ci sono: scritti senza rileggere,non badate alla forma.

Allora, vi chiedo scusa se approfitto del fatto di essere qui per dire un po’ di cose anche poco piacevoli da sentire. Farei volentieri a meno, e mi sarebbe piaciuto che in questi mesi di vita del partito democratico e in queste settimane di suo letargo le avesse dette qualcun altro. Ringrazio Giovanni Bachelet che mi ha preceduto e ha seminato qualche traccia di preoccupazione e insoddisfazione per cosa sta accadendo del PD, facilitandomi un po’ le cose. Mi ha risparmiato – solo un poco - l’imbarazzo e il fastidio che ho io stesso per la figura di quello che arriva qui per la prima volta e pretende di spiegare cosa succede fuori. Ma si dà dannatamente il caso che molti qui diano l’impressione di non saperlo, cosa succede fuori: o di fregarsene. E quindi con riluttanza - con molta riluttanza – faccio quella parte lì.
Della relazione di Dario Franceschini condivido tutto quel che riguarda i modi difare opposizione. Con un paio di piccole eccezioni – che gli segnalo per suggerirgliuna più efficace impostazione dialettica della questione –: vedo una contraddizione tra il sostenere che su cinque anni dobbiamo avere il passo della maratona e partire piano, e il segnalare la difficoltà di recuperare consensi in tempo per le troppo imminenti elezioni europee. Quanto alla metafora della maratona, è più bella, ma secondo me più incongrua agli anni a venire di quella della formula Uno: si parte subito forte, e si deve andare più forte che si può fino all’ultimo giro.E non mi pare vero che tutte le maggioranze appena insediate nella recente storia europea abbiano riscosso i primi cali di consenso solo dopo molti anni: non nel caso di Sarkozy, per esempio, e non in quello dell’ultima vittoria elettorale di Blair.Ma ripeto, sulle modalità dell’opposizione in questi mesi sono del tutto d’accordo.Sono meno d’accordo con Franceschini sull’analisi dello stato del PartitoDemocratico. E spiego perché. Come sappiamo, malgrado un’iniziativa politica rivoluzionaria, moderna, e creativa come quella presa da Walter Veltroni durante la campagna elettorale, abbiamo perso le elezioni. Eppure quel risultato è stato un successo, proprio per questo: era impossibile vincerle, quelle elezioni, e il PartitoDemocratico, dato il contesto e le condizioni non poteva andare meglio di così: nessun leader e nessuna linea politica avrebbero potuto farlo andare meglio di così. Sfido chiunque a sostenere esempi contrari.
Inciso: che qualcuno faccia infantilmente l’offeso di fronte alla tesi che l’immagine del passato governo Prodi abbia limitato e di molto, le possibilità di vittoria alle elezioni, tesi condivisa là fuori dal primo studente di liceo all’ultimo politologo,la dice lunga sulle fesserie su cui perdiamo tempo.Il secondo concetto, per me assai più grave e incomprensibile, è che dopo quella sconfitta, e quel successo – insisto: un successo - il PD è crollato. È dopo che è crollato. Sono passati sei mesi in cui non c’era altro da fare che farsi venire delle idee per farlo crescere, che lavorare per guadagnare fiducia e credibilità senza l’assillo del rischio elettorale, senza la complicazione del dover governare bene,senza il bisogno di un’opposizione agguerrita e instancabile: la maggioranza fa quello che le pare e in questi sei mesi, salvo rarissime eccezioni, potevamo fare un sacco di belle cose.Invece.Il PD oggi è molto in difficoltà: chiedete in giro. Peggio: ha un’immagine di partito allo sbando: cito mi pare lo stesso Walter Veltroni quando disse dell’agonizzante governo Prodi, “si avverte una sensazione di sfarinamento”. E guardate, so distinguere le fesserie dei giornali da quello che pensa la gente: ma so anche che le fesserie dei giornali orientano molto di quello che pensa la gente, e so che le fesserie dei giornali non possono diventare un alibi. Se chiedete in giro alle persone normali cosa pensano stia facendo il PD, vi risponderanno che Veltroni e D’Alema si fanno la guerra. E non posso credere davvero che uomini intelligenti reputino che la soluzione a questo tipo di comunicazione sia semplicemente rispondere“no, non è vero”.Certo, c’è la crisi della sinistra europea, c’è la difficoltà delle sfide della modernità, eccetera eccetera. Ma siamo tutti stufi di alibi per le sconfitte: bisogna saper distinguere tra spiegazioni e giustificazioni. Non gliene frega niente anessuno di sapere le ragioni per cui non riusciamo, che sono sempre le stesse. Se non riesci, ti sposti, e fai fare a qualcun altro. Avviso di un’altra cosa, perché in giro le vanità personali e i nervi scoperti prevalgono su tutto. Non mi interessa sapere di chi sono le colpe: è irrilevante. Distinguo tra colpe e responsabilità ufficiali, e mi interessano le seconde. E soprattutto mi interessa capire quali cause generano quali effetti, in modo da rimuovere le cause.
Se dico che il governo Prodi si è fatto molto malvolere, non mi interessa se la colpa sia di Prodi o di quattro ministri, o dell’ufficio pubbliche relazioni. Ma mi interessa cambiare registro rispetto a uno che non funziona: mi interessa non convocare più – in tempi di casta, di distanza dai cittadini, eccetera – non convocare più una riunione alla Reggia di Caserta. Per dirne una. E se l’Italia in generale, la sinistra in particolare, e il maggior partito della sinistra italiana nel dettaglio, sono nelle condizioni più disastrosamente scoraggianti dell’ultimo mezzo secolo, mi interessa che non si affronti questa situazione con gli uomini e i metodi che hanno portato fino a qui. Non riesco a capire come le persone che hanno avuto incarichi di altissima responsabilità nei partiti da cui viene questo, e nei governi che hanno preceduto e favorito questo –tra cui alcune persone per cui ho una grande ammirazione e riconoscenza – vivan osenza nessuna logica consequenzialità la loro storica corresponsabilità nel fallimento.Invece sono qui a discutere come affrontare il secondo decennio del Duemila le stesse persone che non hanno saputo affrontare il primo e che erano qui nel millennio precedente, e nessuna di queste fasi si fa ricordare come un momento splendente nella storia di questo paese.
Chiudo la parte critica, che spero non abbia bisogno di altri esempi, che altrimenti potrei tenervi qui a ore e non sarebbe bello per nessuno. Ma la chiudo parlando di Walter Veltroni, di cui ho infinita stima e la cui leadership sostengo fermamente (e trovo pazzesco che sia data cittadinanza a contestazioni che non rappresentano nessuno. Nessuno. Veltroni è diventato leader del PD per fare il leader del PD, non per vincere le elezioni pochi mesi dopo. Sfido chiunque contesti l’attuale segreteria a dire a nome di chi parla. Dei voti ottenuti con un sistema elettorale senza preferenze? Gli unici qui dentro che parlano a nome di qualcuno sono coloro che hanno preso voti alle primarie dell’anno scorso).
Bene, non pretendo di spiegare a persone molto più esperte e competenti di me quali contenuti dare al presente e al futuro del Partito Democratico. Non sto parlando di contenuti, come vedete, e non sarei all’altezza di discussioni molto approfondite ed elaborate che avvengono dentro questo partito. E dichiaro che quando una cosa mi pare particolarmente assurda e incomprensibile, tendo a pensare sempre che mi sfugga qualcosa, prima di dire “è assurdo!”. Dove non vedo spiegazione, la chiedo, prima divolermene creare una che mi piaccia. Sull’anacronistica pigrizia e inadeguatezza della classe dirigente italiana – non parlo di quella di destra, che è al di là delle possibilità di analisi – per esempio ho chiesto molto in giro, e solo in assenza di altre giustificazioni o valide obiezioni ho dovuto convincermi che si spiega solo con pigrizie, vanità, mediocrità, egoismi e presunzioni umane. Normale, le abbiamo tutti, anch’io e parecchie: e infatti ho evitato di fare un lavoro che dovesse mettermi al servizio degli altri, come la politica. Per fare politica, soprattutto di questi tempi, ci vuole la capacità di mettere se stessi e le proprie ambizioni non in secondo, ma in quinto piano: o la capacità di soddisfarle, le proprie ambizioni, fingendo di non averne. E temo che se ce ne andiamo da qui, tutti noi che non soddisfiamo questo requisito,restano davvero in pochi. Ma io non mi so spiegare Walter Veltroni, e quindi immagino che qualcosa mi sfugga. Cosa mi sfugge? Tutto il paese fa battute – divertite o scorate – sullo stordimento da KO che avrebbe colpito il nostro segretario, o quel che è. Tutti si chiedono dovesia finito il Veltroni della campagna elettorale: tutti notano la totale differenzadi passo, ovvero l’assenza. Dico solo che ho trovato incredibile che sull’unicain iziativa politica e di comunicazione forte presa da Walter in questi mesi –l’intervento sulla questione Alitalia – invece che leggere e sentire almeno sullastampa non vicina al centrodestra “Veltroni interviene sulla questione Alitalia”, senon “Veltroni risolve la questione Alitalia”, ho letto e sentito solo “Veltroni: sonointervenuto io”. Con conseguente prevedibile derisione e demolizione del concetto daparte del centrodestra. Ma che modo è? Ma c’è l’abbiamo un responsabile dellacomunicazione, un gruppo di persone che lavorino su queste cose, che sono le cose concui poi si vincono i cuori e le elezioni? Tutto il paese – persino l’ultimo avventore di bar – constata l’inesistenza di un gruppo dirigente compatto, di una squadra intorno al leader, di un’identità dipartito. E stendo un velo pietoso su come stiamo affrontando la questione Rai, e suq uali candidati stiamo investendo quella che pare essere la maggiore battagliapolitica del momento: per non parlare dell’insistenza sul candidato alla presidenzadella commissione di viglianza Rai, che non ha una sola ragione sensata al mondo, se non quelle della peggior politica traffichina e perdente.Tutto il paese si chiede: Warte, che stai affa’? Dove sei? Che ne è del famoso partito moderno, leggero, al passo con il futuro? Che ne è di quella che Goffredo Bettini stamattina sul Foglio ha chiamato “la speranza che abbiamo impiantato”? Io sono d’accordo con Piero Fassino quando sottolinea l’importanza della questione della leadership: ma non credo, diversamente da lui, che dobbiamo “discuterne” della questione della leadership. È una questione che ci ha superato, quella della necessità di leader efficaci e comunicativi, e dobbiamo solo farci i conti. E abbiamo avuto al fortuna di trovare un leader come Veltroni che in campagna elettorale ha mostrato assieme grande capacità di raccogliere consenso e popolarità e grande visione e capacità politica e concreta. Ma dov’è finito quel Veltroni lì? Chi se ne sta occupando, di questo partito? Warte, cosa mi sfugge? Cosa ci sfugge? Perché ti avviso, siamo in parecchi. E siamo il famoso paese reale, non una cosa che si snobba con un’alzata di spalle e la legittima convinzione di essere quelli che sanno fare le cose, altro che chiacchiere. Le chiacchiere stanno affondando questo partito.Vi dico cosa farei io. Passerei tutto il tempo a inventarmi delle cose: a farmi venire delle idee. A mostrare al paese, per i prossimi tre anni, che stiamo facendo delle cose e delle buone cose. L’intervento su Alitalia poteva essere uno. Era fare. Tutte le dichiarazioni su Berlusconi Di Pietro o la Rai, invece sono dire. Sono inutili, roba vecchia, perdite di tempo. La politica non si può più fare così, se si vuole davvero fare, la politica: se non si vuole tenere una rendita personale inattesa di inutili promozioni o lontane pensioni. La politica oggi si fa in modo rivoluzionario, o si perde, e si perde prima di tutto con se stessi. Le persone che sono qui oggi – salvo i pochi che hanno meritatamente legato il proprio nome alla creazione del Partito Democratico – non saranno ricordati per niente di buono. Non èuna cosa bella, perché ci sono un sacco di brave e capaci di persone: ma è la verità. Siamo brave e capaci di persone inesistenti nella storia, che non hanno saputo mettere delle pezze sui disastri di questo paese. Nel migliore dei casi, un ministero ininfluente quella volta là,una legge già abolita quell’altra volta. Siete la leadership? Siete il modello? Siete quelli che devono guidare il cambiamento? E allora andate via da Roma, per un anno. Trovatevi un’altra città, un altro pezzo di Italia da conoscere e aiutare, e andate là. A Cosenza, a Treviso, aSassari. Sì, lo so, state già pensando “i bambini, la famiglia, figuriamoci”. Ma che impegno è quello in queste condizioni non è capace di grandi sacrifici? Io vi capisco: non ne sarei capace, non mi sentirei disposto a tanto. E infatti faccio altro.Cameron ieri ha detto “per risolvere i guai straordinari della finanza di queste settimane, non abbiamo bisogno del solito, abbiamo bisogno di cambiare”.Continuo. Date metà del vostro stipendio da parlamentare a un progetto concreto – sì,lo so, che già lo date al partito: ma non lo sa nessuno, e soprattutto non glienef rega niente a nessuno. Guardate che la questione Casta è momentaneamente accantonata perché ci sono state le elezioni e una momentanea distrazione. Ma tornerà presto –non parlo del grillismo, ma delle legittime e fondate proteste sulla condizioneintollerabile della nostra classe politica. E quando tornerà, noi non saremo attrezzati per venirne assolti. Prendiamo quei soldi e creiamo una scuola, borse distudio, aiutiamo le amministrazioni locali del PD. Facciamoci delle buone cose e diciamolo. Pubblichiamo – sul serio – non in un angoletto del nostro sito, il bilancio del partito, trasparentemente. Creiamo un gruppo che si occupi efficacemente– dico efficacemente e professionalmente – della comunicazione del partito, e una struttura che raccolga idee e proposte e richieste. Questa mi sembrava di non potervela suggerire, ma qualcuno prima di me vi ha già saggiamente accennato: aboliamo, attenzione che non scherzo, aboliamo i ministri ombra. È stata una delle trovate comunicative più controproducenti avute finora, e lo è ogni giorno. Ci ridono dietro, ma pure gli elettori del PD. Ricambiamo totalmente se non la dirigenza del partito – non arrivo a chiedere tanta banale ovvietà – ma almeno tutte le figure destinate alla comunicazione pubblica: che daV espa e Floris ci vada Matteo Colaninno, ci vada Cuperlo, ci vada Alessia Mosca, ci vada Zingaretti, ci vadano i dirigenti di domani, che altrimenti non lo saranno mai,senza nessuna visibilità e autorevolezza pubblica. Vogliono D’Alema e Rutelli? D’Alema e Rutelli dicano no, grazie: e mandino Letta e Cuperlo. E impegnamoci con ogni mezzo e in modo esibito ogni giorno per cambiare questa legge elettorale: oltre che sacrosanta, sarebbe la battaglia più condivisa da tutto il paese, oggi. Altrimenti ci ritroveremo quattro mesi prima delle prossime elezioni...
Siete capaci di farle, queste cose? Siamo capaci? Perché se non siamo capaci, non siamo capaci di fare politica, di fare il bene di questo partito, della sinistra italiana e di questo paese. E ne facciamo il male, ogni ora che passa: nessuno si senta assolto.Vi chiedo di nuovo scusa: ma vi prometto che non verrò a ripetere queste cose una seconda volta."

Segnalazione inviata da Andrea Francato

sabato 11 ottobre 2008

Quanta nostalgia della Politica come Servizio


Proviamo a ritrovare meraviglia, stupore e, perché no, riscopriamo anche l’indignazione

Da anni ormai mi ero riproposto di non lasciarmi più coinvolgere.
Dopo aver provato delusione ed amarezza ed essere stato persino usato e strumentalizzato su uno dei miei cardini valoriali fondamentali che è quello rappresentato dall’amicizia, ricavandone unicamente frustrazione e sfiducia complessiva in quella che, dal mio punto di vista, viene impropriamente ed inappropriatamente definita e si ritiene la dirigenza politica.
Ecco che, in occasione di un incontro con dei vecchi e veri amici con i quali per tanto tempo ho condiviso valori ed impegno politico, ho cominciato a discutere sul fatto che il chiamarci fuori in un qualche modo era persino contrario al nostro stesso modo di vedere e di concepire la politica come servizio e quindi ci siamo impegnati per le primarie del Partito Democratico che sentivamo più vicino alle nostre sensibilità. Successivamente mi sono confrontato anche con una mia “vecchia” amica ed anche in questo caso insieme convenivamo che proprio perché crediamo in certi valori abbiamo il dovere civico quantomeno di trasmetterli e di proporli.
Se a questo aggiungo i colloqui con colui che poi è democraticamente diventato il Coordinatore del Circolo di Badia, l’amico Gianni Stroppa per quanto attiene alla comune visione, radicamento e convincimento su valori come “Coerenza ed Impegno” e gli stimoli ed incoraggiamenti di alcuni giovani e persone che ritengono che la mia esperienza possa essere utile a dare un contributo operativo in termini di sostegno e stimolo, di impegno di testimonianza personale, di credo nel principio fondamentale di concepire la politica come servizio a favore della comunità, eccomi qui come sempre a riprovare a credere ed impegnarmi con gli altri amici per una possibile società migliore.

Mi scuso per la premessa un po’ autobiografica ma forse utile come risposta a qualche interrogativo per qualcuno.
Vorrei proporre alcune riflessioni operative su quanto accaduto nella nostra comunità in particolare dalle ultime amministrative. Devo precisare che gli interrogativi che propongo non hanno ancora trovato risposta convincente e razionale dentro di me, e chiedo un contributo di riflessione di aiuto nella comprensione.
Alle ultime amministrative del 2004, se non sbaglio, noi cittadini di Badia Polesine siamo andati alle urne ed avevamo la possibilità di dare la nostra condivisione e consenso espresso con la manifestazione di voto ad una delle quattro liste (Badia al Centro, Lega Nord, Liberamente a Sinistra, Progetto per Badia), formate, suppongo sulla base di un preciso specifico programma, concordemente predisposto che i vincitori si sarebbero impegnati a realizzare e gli altri all’opposizione avrebbero dovuto verificare e sollecitare il rispetto di tale programma.
Quindi, noi cittadini abbiamo con il nostro voto scelto la compagine ed il programma nel quale ognuno di noi si rispecchiava o per condivisione di obiettivi o perché vicino alle proprie sensibilità, vincolando gli eletti al mantenimento degli impegni assunti e per i quali avevano ottenuto il consenso.
Ad elezioni ultimate vince una compagine che dopo poco tempo si sgretola e si forma all’interno del consiglio comunale una nuova maggioranza trasversale che, a quanto mi è dato conoscere, assomma sensibilità ed appartenenze diverse.
E qui sorge il mio primo interrogativo: Se vi erano 4 liste originarie con 4 candidati sindaci, con quattro programmi diversi e con alleanze e riferimenti ideologici, culturali e sociali diversi, dopo le elezioni tre di queste compagini erano in Consiglio, mi chiedo, pur nel rispetto delle idee, cultura e sensibilità di ognuno, come sia stato possibile non tenere conto della volontà dei cittadini.
Ne consegue che abbiamo al governo della ns città una maggioranza che non è quella voluta dai cittadini, che è sicuramente una somma di numeri ma che non ha, dal mio punto di vista, alcun collante istituzionale.
E poi qual è il nuovo programma condiviso?
Intendiamoci, tutti possiamo cambiare idea, ma se siamo investiti e delegati dai nostri elettori abbiamo il dovere di rimetterci quantomeno al loro giudizio altrimenti viene da chiedersi chi rappresentiamo? In virtù di quale mandato prendiamo posizione senza correre il rischio di essere personalizzati ed autoreferenziali?
L’incredibile è che tutto questo, eccezione fatta per qualche purtroppo isolato tentativo di richiamare l’attenzione, è stato vissuto passivamente da tutti noi quasi con una sua ineluttabilità e preoccupante normalità.
Dopo anni ho deciso di assistere come pubblico ad alcuni Consigli Comunali, anzi per la verità a due: quello sul Consuntivo e l’ultimo (lunedì 9 Settembre, ndr). Non entro nel merito degli argomenti discussi che sono di una preoccupante drammaticità, ma come cittadino sono veramente rimasto meravigliato dai livelli di attenzione dei vari assessori mentre il collega esponeva la relazione, come se il tutto facesse parte di una sorta di “rituale” obbligatorio da parte degli uni di leggere mentre gli altri, invece che partecipare e manifestare attenzione ai lavori del Consiglio, si preoccupavano visibilmente di altro con un costante andirivieni e colloqui privati all’interno dell’aula consiliare. Tanto alla fine contano i numeri no?
Ma la mia delusione forse derivava dal fatto che mi ero abituato in passato ad amministratori con il senso del ruolo, dello status e con la consapevolezza istituzionale e costituzionale, che avvertivano e sentivano il peso delle responsabilità, che privilegiavano il modello del “bonus pater familias”, che avevano e perseguivano precisi obiettivi ideologici e culturali, dove il confronto con l’avversario politico era considerato comunque uno stimolo a fare meglio e di più. Scusate, che ingenuo, non mi rendo conto che oggi valgono le regole del mercato, dei numeri, dei condizionamenti e non tengo conto che: “preferiamo il potere alla libertà, il denaro all’onestà”[1].
Già dimenticavo per converso che abbiamo però Sindaco ed Assessori che in virtù della funzione ricoperta, con versatilità, competenza, motivazione, spirito di servizio sostituiscono le Educatrici del Nido dimostrando che tutti possiamo fare tutto, come ha riportato la stampa locale.
Ecco, convinto come sono di voler coerentemente perseguire e condividere principi di giustizia ed equità sociale, solidarietà, coerenza, onestà, responsabilità, cultura politica, ho aderito a questo nuovo tentativo di laboratorio di idee, dove intendiamo crescere, confrontarci, stimarci, rispettarci ma soprattutto convinti che la meraviglia, lo stupore, l’ascolto, la riflessione, la coesione e la disponibilità disinteressata volontaria e consapevole contribuirà al recupero concetto della politica al servizio della comunità e non del culto autoreferenziale della propria personalità.

Pasquale Bongiorno

[1] Giorgio Bocca: l’Antitaliano – L’Espresso del 9/10/2008