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domenica 22 aprile 2012
Rapporto Cgil sulla Cassa Integrazione Guadagni (CIG)
Segnalo il rapporto dell'osservatorio sulla CIG della Cgil.
La richiesta delle ore di CIG è aumentata in modo consistente, 99.722.546 ore, +21,63% sul mese di
febbraio 2012, mentre su marzo del 2011 vi è stata una riduzione del ‐1,82%.
Sono state autorizzate già nel 2012, 236.692.010 ore di CIG con un +2,10% sullo stesso periodo del 2011.
In marzo le ore di CIG in Veneto sono state 22.606.462, ancora di più in Piemonte dove sono state 26.146.785. Impressionante il dato della Lombardia: 58.203.451.
Il documento è ricchissimo di informazioni, tabelle e valutazioni, per 57 pagine in ottimo pdf.
Da scaricare.
Vai alla pagina Cgil.
Scarica anche le causali per il ricorso alla CIG (188 pagine).
sabato 5 novembre 2011
Forse Berlusconi è un marziano!
Conferenza stampa del 4 novembre 2011, alla fine del G20. Quello che, nonostante tutto, è il presidente del consiglio dei ministri, il presidente operaio, il presidente imprenditore, il presidente fabbro, maniscalco, infermiere, astronauta ecc. dimostra di vivere su un altro pianeta.
Parla di "moda passeggera" a proposito degli attacchi al nostro debito pubblico; afferma che siamo "un'economia forte", un "paese benestante"; che "i consumi non sono diminuiti"; che "i ristoranti sono pieni"; che è "difficile trovare posto negli aerei", sarà per questo che usa quelli di stato; che i "posti di vacanza sono iperprenotati". Che, insomma, non gli sembra "che ci sia una forte crisi".
Forse Berlusconi è un marziano! O forse è semplicemente un povero miliardario.
Per chi se l'è perso, ecco il link per godere della profonda analisi, così vicina alla realtà degli italiani!
Segnalo anche il sito dell'Istat, completamente rinnovato da poco, che presenta già dalla home page i grafici dell'andamento di otto tra i principali indicatori economici. Tra questi riporto:
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| Retribuzioni |
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| Prodotto interno lordo a prezzi di mercato |
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| Indice dei prezzi al consumo per l'intera collettività |
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mercoledì 19 gennaio 2011
Ricordiamoci di Marchionne
Marchionne ha vinto il suo referendum. L'accordo firmato dalla Fiat con Cisl e Uil ha avuto l'approvazione del 54% dei lavoratori dello stabilimento di Mirafiori. L'uomo forte della Fiat ha battuto la Fiom. Insomma la famiglia Agnelli ha trovato chi fa il lavoro duro in sua vece, loro rimangono dietro le quinte, protetti dalla rilevanza mediatica dell'amministratore delegato.
Dopo Pomigliano, anche a Mirafiori nuove norme peggioreranno le condizioni di vita in fabbrica e il sindacato più rappresentativo sarà escluso dalle future contrattazioni. Ma non è questa la cosa peggiore. Il peggio verrà dopo, quando la voglia del pugno di ferro si estenderà in tutta Italia, quando per tutti i diritti saranno minacciati, quando la vita peggiorerà, per tutti.
Alle difficoltà economiche della crisi, alla cassa integrazione, alla preoccupazione per il mantenimento del posto di lavoro, si aggiungeranno ritmi elevatissimi e l'umiliazione di condizioni contrattuali vessatorie.
Non è difficile immaginare che il disagio sociale si farà pesante. E tra le cause non ci sarà solo la crisi finanziaria ed economica cominciata nel 2008, le cui cause sovrastano la stessa Fiat. Ci sarà anche la volontà degli imprenditori che riterranno di approfittare del momento per comprimere i diritti e il reddito dei dipendenti. Ci sarà, insomma, una volontà precisa, personale, non un destino avverso o lo spettro della globalizzazione.
Penso che, purtroppo, tutto ciò avvelenerà la vita sociale del paese. Difficile evitarlo.
Quando dovremo capire il cambiamento, ricordiamoci delle responsabilità della Fiat e del suo amministratore delegato.
Piero Tosarello
Dopo Pomigliano, anche a Mirafiori nuove norme peggioreranno le condizioni di vita in fabbrica e il sindacato più rappresentativo sarà escluso dalle future contrattazioni. Ma non è questa la cosa peggiore. Il peggio verrà dopo, quando la voglia del pugno di ferro si estenderà in tutta Italia, quando per tutti i diritti saranno minacciati, quando la vita peggiorerà, per tutti.
Alle difficoltà economiche della crisi, alla cassa integrazione, alla preoccupazione per il mantenimento del posto di lavoro, si aggiungeranno ritmi elevatissimi e l'umiliazione di condizioni contrattuali vessatorie.
Non è difficile immaginare che il disagio sociale si farà pesante. E tra le cause non ci sarà solo la crisi finanziaria ed economica cominciata nel 2008, le cui cause sovrastano la stessa Fiat. Ci sarà anche la volontà degli imprenditori che riterranno di approfittare del momento per comprimere i diritti e il reddito dei dipendenti. Ci sarà, insomma, una volontà precisa, personale, non un destino avverso o lo spettro della globalizzazione.
Penso che, purtroppo, tutto ciò avvelenerà la vita sociale del paese. Difficile evitarlo.
Quando dovremo capire il cambiamento, ricordiamoci delle responsabilità della Fiat e del suo amministratore delegato.
Piero Tosarello
giovedì 9 luglio 2009
Dacci oggi il nostro pane quotidiano
Segnalo l'ultima puntata di "C'era una volta", ricca di informazioni e interviste particolarmente interessanti. Opportunamente in onda nel giorno di inizio del G8.
C’era una volta racconta come il mercato delle granaglie, investito dalla locusta speculativa, abbia visto triplicare i prezzi di generi alimentari di prima necessità precipitando milioni di famiglie, soprattutto nei paesi più poveri, nella disperazione e nella fame. Ma più importante era la nuova e milionaria avventura dei biocarburanti che dalle granaglie vengono prodotti.
Vai al sito del programma.
Per il momento non è possibile rivedere la puntata ma potrebbe esserlo fra qualche tempo. Cerca nel sito Rai http://www.rai.tv/dl/RaiTV/homeTv.html
Ciao. Piero Tosarello
C’era una volta racconta come il mercato delle granaglie, investito dalla locusta speculativa, abbia visto triplicare i prezzi di generi alimentari di prima necessità precipitando milioni di famiglie, soprattutto nei paesi più poveri, nella disperazione e nella fame. Ma più importante era la nuova e milionaria avventura dei biocarburanti che dalle granaglie vengono prodotti.
Vai al sito del programma.
Per il momento non è possibile rivedere la puntata ma potrebbe esserlo fra qualche tempo. Cerca nel sito Rai http://www.rai.tv/dl/RaiTV/homeTv.html
Ciao. Piero Tosarello
lunedì 2 febbraio 2009
Il nemico straniero in fabbrica

La protesta esplosa in Gran Bretagna contro l' arrivo di 300 lavoratori italiani impiegati nella costruzione di una raffineria è inquietante ma, al tempo stesso, istruttiva. Serve, infatti, a mettere in luce - e a nudo - alcuni effetti della trasformazione globale e sociale, in tempi di crisi. A partire da un aspetto che si tende a svalutare o a leggere con le lenti dell' ideologia.Ogni mutamento demografico e sociale improvviso nel mondo locale e nella vita quotidiana suscita reazioni. Si tratti di flussi di emigranti di ingenti dimensioni, spinti dalla miseria e dalla paura; oppure di gruppi di lavoratori di entità limitata e con compiti definiti, non importa: appaiono, comunque, stranieri. Entrano "a casa nostra". Interferiscono con le nostre abitudini, le nostre regole, i nostri equilibri. Incrinano le nostre certezze. Questa considerazione non vale solo per l' Italia, che ha conosciuto solo da pochi anni il fenomeno dell' immigrazione, dopo essere stata per un secolo paese di grandi emigrazioni. Come mostrano le indagini internazionali, l' immigrazione - ogni immigrazione, anche temporanea, anche di ridotte proporzioni - agisce come una sorta di "diagnostica" del sentimento sociale e del modello istituzionale. Dovunque. Ne mette, cioè, in evidenza i limiti, le tensioni. Per cui, in Gran Bretagna, paese multietnico e multiculturale di tradizione lunga e consolidata, l' immigrazione solleva un allarme sociale molto limitato dal punto di vista dell' identità e della sicurezza. Mentre genera ansia per gli effetti sul lavoro e sulla disoccupazione. Basta osservare i dati dell' indagine europea, condotta (da un decennio) da Demos per Intesasanpaolo. Quasi una persona su due, in GB, considera gli immigrati "una minaccia per l' occupazione". Il dato più elevato fra i paesi occidentali della Ue; superato largamente da quelli dell' Europa centro-orientale: Cekia, Polonia, Ungheria (ma non Romania). Dove il lavoro "manuale" è vissuto come risorsa scarsa e a rischio. La protesta dei lavoratori inglesi (nel Nord, l' area economicamente più debole del paese) non deve, quindi, sorprendere. Ma allarmarci sì. Perché dimostra come la crisi stia drammatizzando la paura. Al punto da trasformare 300 lavoratori italiani in un contingente di "nemici". Peraltro, in Italia il colore della paura sollevato dagli immigrati, fino a ieri, è apparso diverso. Segnato dall' insicurezza. Ancora un anno fa, il 50% degli italiani ritenevano l' immigrazione un problema per l' ordine pubblico. Una fonte di preoccupazione per la sicurezza personale e domestica. Soprattutto nelle regioni del Nord e nel Nordest. Dove, invece, gli immigrati non hanno mai generato particolari timori per l' occupazione. D' altra parte, si tratta di aree ad altissimo sviluppo, con tassi di disoccupazione molto bassi. La struttura produttiva, imperniata su piccole e piccolissime imprese manifatturiere, si è allargata, negli ultimi anni, solo grazie al lavoro degli immigrati, occupati nelle mansioni più faticose e meno remunerate. Progressivamente abbandonate dagli italiani e soprattutto dai giovani. Così la presenza degli stranieri è stata accolta come una "necessità" per lo sviluppo, ma, al tempo stesso, come un "problema" di sicurezza. Gli stranieri: utili, anzi utensili. Da restituire ai proprietari - i paesi d' origine - dopo l' uso. Molto presto, possibilmente. Fino a ieri, però. Perché da qualche tempo il clima d' opinione è cambiato anche in Italia. Anche nel Nord. Anche nel Nordest. L' abbiamo già segnalato altre volte, nei mesi scorsi. In poco tempo la quota di italiani che considera gli immigrati una minaccia per l' ordine pubblico e per la sicurezza dei cittadini è caduta: dal 53% al 35% (Demos-Unipolis, novembre 2008). Una componente ampia, ma molto più ridotta rispetto all' anno precedente. A causa della fine della guerra elettorale, amplificata dai media. Visto che lo spazio attribuito alla criminalità comune e alle illegalità commesse dagli immigrati si è ridotto notevolmente, nell' informazione tivù (come ha messo in luce un' indagine dell' Osservatorio di Pavia). Tuttavia, l' allentarsi della leva politica e mediatica non è l' unica spiegazione di questo cambiamento d' umore. Molto ha pesato, al proposito, la crisi economica e finanziaria internazionale, che ha colpito anche l' Italia. Tanto che 1 persona su 10 oggi (dicembre 2008) sostiene che qualcuno, nella sua famiglia, ha perduto il lavoro oppure è in cassa integrazione. E oltre metà degli italiani afferma che la crisi in atto ha peggiorato la sua condizione e il suo stato d' animo. La crisi. Ha cambiato in fretta gli italiani. Ne ha modificato comportamenti, atteggiamenti, stili di vita. I sentimenti. Così, rispetto a ieri, gli immigrati sono percepiti meno come una minaccia alla persona, alla proprietà, al domicilio. E assai di più: al lavoro, all' occupazione. Si tratta di una tendenza che comincia a divenire evidente nei sondaggi. Anche se non appare ancora lacerante. Lo potrebbe divenire se le - diffuse e crescenti - difficoltà che attraversano il sistema industriale nel Nord si drammatizzassero ulteriormente. Se, d' altra parte, gli immigrati "pretendessero" di entrare nel mercato del lavoro più qualificato, senza rassegnarsi alle mansioni più povere e marginali. D' altra parte, qualche sofferenza, al proposito, è rivelata dalla proposta leghista di una imporre una fideiussione agli immigrati che intendano avviare attività imprenditoriali. Quasi un messaggio protezionista rivolto al popolo delle partite Iva del Nord, base elettorale della Lega. La "rivolta" inglese contro i lavoratori italiani, per questo, risulta esemplare e, a modo suo, educativa. Rammenta che la storia non è scritta una volta per tutte, ma può ripetersi. Anche se non si presenta mai uguale a prima. Semmai, con segno contrario. I romeni, gli albanesi e i marocchini potrebbero, quindi, cambiare immagine ai nostri occhi. Non più violentatori, ladri e spacciatori (potenziali). Ma, piuttosto, concorrenti (reali) sul mercato del lavoro. Non più specchio dell' inquietudine post-materialista, tipica di una società del benessere. Ma delle angosce prodotte da timori "materiali", tipici di una società del malessere (economico). Il reddito e la disoccupazione. Lo stesso, d' altra parte, sta capitando - è capitato - anche a noi. Accolti, fuori dai nostri confini, con diffidenza e ostilità. Come in passato. Ma per motivi opposti. Ieri, ci temevano perché eravamo emigranti poveri, senza lavoro. Oltreoceano. (I poveri fanno sempre paura). Oggi, invece, oltremanica, temono gli italiani perché li considerano "ladri di lavoro".
ILVO DIAMANTI - LA REPUBBLICA 01/02/2009
Contributo inviato da Gianni Stroppa
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