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venerdì 1 gennaio 2010

L’Assemblea regionale del Pd compatta: «No al nucleare»

Un “no” netto al nucleare. Lo ha pronunciato l’Assemblea regionale del Partito Democratico Veneto, il 12 dicembre a Padova, approvando all’unanimità un ordine del giorno messo in votazione all’inizio dei lavori dal presidente Felice Casson.
Il documento impegna la Direzione regionale del Pd a «sollecitare la Giunta e il Consiglio regionale affinché si escluda la costruzione di centrali nucleari nel territorio regionale» e a «opporsi in tutti i modi possibili, comprese le manifestazioni pubbliche e le consultazioni popolari, alla scelta a favore del nucleare».
Leggi la notizia integrale:http://www.partitodemocraticoveneto.org/dett_news.asp?ID=1155

lunedì 14 settembre 2009

La crisi del PD e il congresso

Il Partito Democratico è stato voluto con le Primarie prima e votato poi da milioni di donne e uomini semplici, pensanti e libere, che sfidando lo scetticismo generale, partitico e mediatico, hanno creduto ancora nella democrazia partecipata e in quella politica nobile sostituita da tempo col dileggio, la rissa verbale, gli incantesimi delle promesse elettoralistiche. Insomma una nuova spinta democratica per un paese da unificare e non dividere, per rimanere convinti europei e guardare con fiducia al futuro dei nostri figli. Per promuovere il PD Valter Veltroni si impose con un nuovo linguaggio fatto di comportamenti semplici, diretti e inequivocabili avversi all’odio politico, al qualunquismo ed alla rassegnazione. A mio avviso questi ultimi elementi introdotti da un ventennio di abbrutimento culturale, imbarbarimento frutto di un sistema televisivo commerciale. Insomma il PD che nacque si propose una sfida concreta a quella “normalità” impostaci da altri nei costumi, nella cultura e nella politica.
Il resto è storia recente. La questione morale, le dimissioni di Veltroni, la debacle elettorale (meno 4 milioni di voti alle Europee 2009) per un partito che nel suo insieme ha smesso di funzionare, ha deluso le speranze di molti e impotente verso l’exploit della Lega e Di Pietro. Il Polesine non è stato da meno ad eccezione di Rovigo dove il PD ha retto all’urto della destra con meno danni registrando dati più confortanti che permettono alla Giunta Merchiori di proseguire con più serenità il cammino difficile cominciato nel 2006.
Ora ci si affiderà al primo Congresso del PD. In molti si saranno fatti l’idea che per il futuro basti un nuovo Segretario. Me lo auguro ma ho l’impressione che la questione politica legata alle mozioni sarà trasversale fino ad un certo punto. Alla fine prevarranno purtroppo gli interessi di bottega, vecchie appartenenze. Altro danno sarà l’enorme dispersione di tempo da qui al Congresso Nazionale. Un prezzo alto per un paese con ritmi della politica velocissimi e che ha bisogno di un opposizione vera che tratti con decisone i temi pulsanti dell’agenda politica: il lavoro, la crisi, la scuola, la ricerca scientifica, la sicurezza dei cittadini insomma il miglioramento delle condizioni sociali. L’unica consolazione è la speranza che si imponga una classe dirigente efficiente e moderna soprattutto in Polesine dove il PD governa la Provincia e il Comune capoluogo ma il rinnovamento della classe politica sconta ritardi fisiologici rispetto ad altre realtà metropolitane e dove permane l’ombra invadente della vecchia politica fatta di rendite di posizione e alle quali ben pochi intendono rinunciare. Spezzare la logica delle correnti che danneggia tutti ma alla quale nessuno intende rinunciare non sarà facile. Lo si è visto all’indomani della vittoria di Tiziana Virgili. Ha destato stupore e sconcerto quanto è accaduto con la vicenda che ha fatto da sfondo all’elezione del Presidente del Consiglio Provinciale Federico Frigato. Insistere su una candidatura non unitaria è stato un errore politico che di fatto non ancora sedato gli animi di molti e ha smorzato bruscamente l’entusiasmo di altri per la conquista della Provincia. D’ improvviso è sembrato di tornare ai grotteschi teatrini della prima repubblica con manuale Cencelli alla mano. Una forzatura inopportuna in un momento difficilissimo questo Partito.
Ha senso in un Partito che si pone in alternativa ad un sistema soffocante di potere promuoversi con gli stessi mezzi? E’ questo il nuovo soggetto della nuova classe dirigente che governerà il futuro del paese? La risposta mi pare scontata.
Su questo però non si dibatte. A volte se va bene si minimizza e anzi qualcuno trova anche il tempo per intervenire in maniera inopportuna e inusuale cercando di evidenziare lacune dove i risultati sono visibili e tangibili (Comune di Rovigo) e magari incurante delle realtà dove il PD ha subito perdite notevoli ed è passato all’opposizione.

Non si può in proposito ignorare l’intervista rilasciata alla Voce di Rovigo il 29.08.2009 del neo Presidente PD del Consiglio Provinciale nonché Assessore alla Cultura di Rovigo Federico Frigato che ingenerosamente imputa alla “sua” Giunta di governare la città ad intermittenza, con scarsa progettualità, rilevandone più difetti che pregi, nel dire che la sua opzione per la Provincia è stata determinata dall’impotenza provocata nel non poter operare, soprattutto nelle frazioni, a “360 gradi” (in altri settori oltre alla Cultura) non risparmiandosi poi nel formulare consigli sull’identikit del suo sostituto (nomina che spetta solo al Sindaco) ed a ricordare al mondo che è solo l’etica e l’educazione ad imporgli di non rivestire due cariche contemporaneamente.
Mi sembra un uscita un po’ stonata, che va oltre il nuovo ruolo istituzionale che egli riveste e che impone a chiunque lo rivesta maggior sobrietà ed equilibrio. Ma davvero è questa la visione politico-progettuale del Presidente del Consiglio Provinciale che nella medesima intervista si propone di imprimere una marcia in più alla politica?
E’ strano che tra tutti i problemi attuali del PD in Polesine si vogliano mettere in risalto solo quelli dove lo sforzo è notevole e i risultati parlano da soli. Egli parla della “sua” Giunta Merchiori con distacco quasi come se alle riunioni dell’esecutivo vi si fosse recato dopo la spesa al mercato ignaro di come la città sia oggi un cantiere aperto, di come i quartieri e le frazioni siano meno degradati rispetto alle promesse non mantenute del centro destra, di come una Giunta con poche risorse (riduzione trasferimenti, abolizione ICI, ecc) lavori dando priorità alle famiglie in difficoltà.

Per il resto è noto che in questi anni “grandi progettualità” non sono possibili per alcuna amministrazione anche se vengono istituiti “assessori a 360 gradi”. Si fa di necessità virtù consci che oggi la gente di Rovigo è più interessata ad un Amministrazione che concluda la riqualificazione urbana e persegua una politica per un nuovo modello di convivenza che salvaguardi la nostra coesione sociale nel nostro Veneto messa sotto pressione dall’eccezionale ondata migratoria e allontani la strumentalizzazione che la destra fa di questo fenomeno, coltivando solamente intolleranza e paura.


VANNI BORSETTO
PARTITO DEMOCRATICO ROVIGO
10 09 2009

mercoledì 24 giugno 2009

Dopo la sconfitta alle ultime elezioni il Pd deve aprire la porta al cambiamento

E' giunto il momento di aprire la porta al cambiamento! I risultati della prima tornata elettorale, deve far riflettere tutto il gruppo dirigente del partito democratico. Il dato nazionale e regionale e l'esito delle amministrative vede il Pd al limite del tracollo, un partito che così com'è è ripiegato su se stesso, e non serve più l'antiberlusconismo, ne consolarsi con il fatto che il governo numericamente non è maggioranza nel paese, perché allo stato attuale politicamente non è possibile alcuna maggioranza alternativa. Il dato elettorale europeo segna de facto la fine, o quanto meno la fortissima crisi, di una stagione storica, quella della sinistra socialista, quella dei grandi partiti di massa e dei lavoratori. Se in un periodo di crisi economica, di licenziamenti, di difficoltà finanziarie in tutta Europa i partiti che nel secolo scorso avevano rappresentato quell'istanza di miglioramento delle condizioni di vita delle grandi masse entrano in travaglio vuoi dire che c'è stato uno svuotamento di senso, un errore nella lettura della storia, un'incapacità nel riuscire a reinterpretare e a declinare nel presente i grandi valori del Passato. Noi democratici abbiamo commesso un errore madornale: siamo rimasti in mezzo al guado, schiacciati dal vecchio mentre aneliamo il nuovo. Il partito democratico che in sé annovera principalmente la cultura del socialismo europeo e del popolarismo ha cercato con l'eredità delle due culture politiche europee novecentesche ha cercato di costruire una nuova casa per i riformisti Italiani senza riuscirci, anzi perdendo i consensi delle fette della società che nelle due culture separatamente si riconoscevano (lavoratori, operai e cattolici), senza capire che la società, la cultura, i bisogni, le istanze sono radicalmente cambiate (e questo dato è confermato dall'incapacità di accrescere i consensi di tutti i partiti che si richiamano a radici politiche novecentesche dai comunisti ai verdi, dall'Udc alla destra sociale). E' chiaro quindi che di Filippo Silvestri * la somma culturale di falci e martello, scudi crociati e garofani non sono sufficienti ad affrontare le sfide di un tempo e di un'Italia che è cambiata. Il primo passo per ritornare ad essere una vera forza nella società è il rinnovo generazionale, un ricambio di gruppo dirigente che deve essere sistemico, radicale e convinto. Gli esiti delle urne delle ultime tornate elettorale e la frammentazione ed il correntismo dei mesi passati intemi al Pd testimoniano, con qualche bella e lodevole eccezione, il fallimento di un'intera classe politica cresciuta sulle ginocchia Moro e Berlinguer, ma al contempo l'affermazione, a priori per nulla scontata, con successo quasi ovunque di numerosi giovani, figli della nuova stagione politica che non portano onerosi ed onorati storici vessilli da difendere ma una valigia di sogni e progetti per un grande partito riformista, per un'Italia migliore, per paesi e città più vivibili. Mauro Rubiero, segretario provinciale di Rovigo e candidato ad Adria, è stato il secondo più votato in assoluto e con le sue 238 preferenze è il primo degli eletti del Pd e dell'intero centro sinistra. A Canaro una lista civica del Pd composta al 50% di Under30 strappa con una vittoria netta l'amministrazione aPdl-LegaeUdc. E' il momento che il Partito Democratico faccia camminare idee nuove su gambe nuove, senza chiedere a nessuno delle nuove generazioni di farsi carico di insegne ed ideologie del passato, ma al contrario invitandoli ad uno sforzo d'innovazione dei metodi e delle proposte della politica. Occorre quindi un cambiamento di gruppo dirigente, un gruppo dirigente nuovo, senza ex De o ex Pci, non perché inadatti, non perché vecchi, non perché va di moda urlare il rinnovamento, ma perché occorrono menti, idee e capacità nuove, figlie di una stagione politica nuova. Il Pd non potrà mai rinnovare l'Italia se non saprà rinnovare se stesso, non potrà costruire il futuro se esso stesso non assorbe e metabolizza il futuro. Occorre rielaborare una cultura politica nuova, realmente democratica, che sappia tradurre in proposta politica i nuovi pensatori della contemporaneità, da Baumann a La Touche, ricercando un nuovo senso di cittadinanza attiva e di centralità della persona nella globalizzazione, di óóequita'socÌafè.'aytì^B^teialfrr''' gli uomini, di libertà, di rinnovata attenzione all'ambiente, di una nuova cultura della legalità e di un nuovo senso di moralità nella politica. E questo lavoro potranno farlo solo quelle nuove generazioni, figlio di questa nuova stagione.

Filippo Silvestri

Segretario regionale Giovani Democratici Veneto


Segnalato da Gianni Stroppa

domenica 22 febbraio 2009

Considerazioni sul PD: conversazione con Nadia Urbinati

C’è una differenza di fondo tra il Partito democratico Usa e il Pd italiano.
Oggi quello americano è una formidabile macchina organizzativa di elettori, senza smagliature ideologiche e con una cultura laica e libertaria di fondo. In più l’avversione ai repubblicani è radicale. Nel Pd italiano invece convivono posizioni opposte sui diritti civili e sul dialogo politico, che possono farlo implodere».
Conversazione ad ampio raggio quella con Nadia Urbinati, cattedra di «Political Theory» alla Columbia University diNewYork, studiosa di HannahArendt e dell’Individualismo democratico (ultimo suo libro per Donzelli).
Tesi politica di Urbinati: il Pd deve coagularsi nella società civile, darsi un riconoscibile linguaggio di sinistra, fondato sul nesso «diritti/emancipazione».
Altrimenti?
Altrimenti in Italia passerà l’ondata emotiva di destra, che sta sgretolando i fortilizi storici della sinistra. E in virtù di una manipolazione «esistenziale e decisionista», che drammatizza i problemi «per risolverli in chiave autoritaria e potestativa».
Ad esempio, spiega Urbinati, l’attacco alle donne su due fronti: quello quasi quotidiano degli stupri e quello operato dal presidente del Consiglio che parla delle donne nello stesso modo in cui
parla degli immigrati. La retorica della politica della sicurezza è come un double bind, dice: «da un lato si mandano imilitari nelle strade violando la Costituzione, perché non esiste veramente uno stato di emergenza; dall’altro si fomenta il clima di paura non solo perché la paura genera violenza ma anche perché si giustifica l’impossibilità di garantire la sicurezza usando l’argomento dell’ineluttabilità della natura umana. Ci viene detto cioè che l’uomo è cacciatore e violento per sua natura, come se questo fosse una fatalità.E lo stupro è il riconoscimento della bellezza femminile. Politica e linguaggio che sono una vergogna, una iattura per l’Italia».
E non è l’unica vergogna.
Professoressa Urbinati, per «The Economist» quello di Eluana è stato undramma nazionale che ha rivelato la stabile influenza della Chiesa e l’insofferenza del Premier verso le regole del diritto. È stato questo il «film»?
«The Economist ha capito tutto, concordo totalmente. La situazione è grottesca. Sappiamo
benissimo che cos’è lo stato di diritto e ciò che avviene risponde a una logica precisa e a due facce. Da un lato questo pontificato recupera un ruolo teocratico di fondo, insofferente per il rispetto delle sfere autonome di vita, per le scelte del singolo. Dall’altra parte l’esecutivo prevarica la divisione dei poteri in chiave decisionista».
Eppure all’inizio la maggioranza degli italiani era favorevole alla battaglia di Beppino Englaro...
«Sì, ma l’esecutivo rimescola e cavalca l’onda delle emozioni. E il paradosso è che questa
maggioranza politica, dai larghi numeri, invece di unire gli italiani, stimola continue divisioni e lacera le coscienze. È un approccio esistenziale ultimativo. Privo di mediazioni politiche. Come del resto accade sul piano della sicurezza, giocata sul filo della paura. Il risultato non può che essere l’appello all’autorità salvifica, come l’unica in grado di dirimere conflitti insolubili in modo
imperativo».
È una destra che vuole imporre al paese una sorta di bipolarismo etico? Una destra da stato etico?
«Attenti a non nobilitarla troppo con queste definizioni. Non è nemmeno da stato etico.
La verità per ora è più semplice. Berlusconi vuol fare con lo stato quello che ha fatto da imprenditore con le sue aziende. La sua è una scommessa megalomane e narcisistica, per radicare il proprio potere personale e dispotico nelle istituzioni. Forse è la Chiesa cattolica a coltivare l’ambizione di una politica etica, usando l’occasione fornitale da Berlusconi».
Il tutto in un quadro di lacerazioni molteplici, segnato da intolleranze e violenze di branco sul territorio.
Da pendolare tra Usa e Italia, che percezione antropologica ha del paese?
«Prima di arrivarci, vorrei tornare alle politiche della sicurezza, il che è già un inizio di risposta. Anche qui c’è come un approccio imprenditoriale. Lo stato incrementa l’ansia di sicurezza, per
giustificare mezzi speciali, magari simbolici, come l’uso dell’esercito in strada. E per stimolare la richiesta di autorità. Un circolo vizioso. Quanto al paese reale, mi sembra in preda a una doppia sindrome. Dove convivono fatalismo e angoscia. Per un verso c’è un senso di impotenza e rassegnazione. E al contempo,un vissuto incattivito e da ultima spiaggia. Il paese talvolta pare peggiore di Maroni... Vive con diffidenza e preoccupazione gli stranieri, li teme, benché l’Italia sia
un paese di migranti e genti mescolate. E alla fine convive assuefatta con le sue litigiosità
e le sue emergenze. Spesso accollandole ai diversi».
In questo clima però si è cristallizato un blocco emotivo e sociale conservatore che può scalzare del tutto la sinistra dalla società civile. È un rischio reale?
«Altroché! E questo per me è un dramma dai tempi lunghi, almeno partire dal 1994.
Occorrerebbe fare la storia della sinistra dal 1989per capire come quel blocco si è formato,
e perché non lo si è contrastato con efficacia. La sinistra nel suo insieme - parlamentare e no - ha perso il suo linguaggio specifico, e ha mancato sul piano della leadership. In un sistema rappresentativo questo è un punto essenziale. Senza leader rapppresentativi nei quali identificarsi sul piano emotivo e ideale, c’è il vuoto».
La crisi di leadership non nasce anche dall’aver abbandonato interessi, radicamento e memorie condivise legate all’emancipazione dei subalterni?
«Certo, è innegabile. Almeno da quando la sinistra ha smesso di coniugare governo ed
emancipazione sociale. Dopo aver aperto al privatismo nella scuola e al precariato, da Prodi a D’Alema! Sul piano ideale chiusi i libri marxisti, non se ne sono aperti degli altri, e non c’è più stata una seria riflessione teorica. Per liberalismo si è inteso un semplice mercato regolato, e la meritocrazia ha avuto la meglio sull’eguaglianza delle opportunità.
Quanto alla “cittadinanza”, la si è declinata in versione legalistica e astratta, senza politiche e progetti sociali. Laddove al contrario, essa è strumento di emancipazione universale, nonché potere democratico di controllo, oltre che terreno inclusivo dell’ospitalità»
Mentre il Pd non sa dove sedersi a Strasburgo, l’americano«Newsweek»titola in copertina: «siamo tutti socialisti». Che c’è di vero?
«È il grande dibattito Usa del momento. Al centro ci sono il ruolo dello stato in economia, i piani di salvataggio per imporre regole alle banche. E gli indirizzi produttivi. Socialismo equivale a spauracchio, ma allude a una necessità di governo economico. Non si può rinunciare aun ruolo forte del pubblico per rilanciare il meccanismo economico. Ecco la verità che si è fatta strada».
Qual è il nocciolo sociale del consenso trainante di Obama, nel mondo produttivo e dei lavori?
«Elettorato ampio, fatto di “professionals” - lavoratori delle professioni libere - sottoclassi, emarginati e precari. E lavoratori dell’industria, comunemente reputati in diminuzione e nondimeno oggetto dell’attenzione diObama, deciso ad aiutare l’industria automobilistica.
La sensazione è quella di una situazione gravissima, dove il mercato si è inceppato e si rivelato incapace di funzionare. Ecco perché lo stato deve intervenire. E l’augurio è che intervenga non solo per far ripartire l’economia, ma per distribuire opportunità e ricchezza. Come ha promesso
Obama».


Chi è e cosa sta facendo Nadia Urbinati

Nadia Urbinati insegna Teoria Politica nel Dipartimento di Scienza politica della Columbia University di New York. Laureata all’Università di Bologna, tra i suoi maestri ci sono stati Norberto Bobbio ed Eugenio Garin.
Si occupa di pensiero politico moderno e contemporaneo e di teoria democratica e liberalismo.
Sta lavorando a un progetto di studio sull’ «antipolitica» moderna, in una chiave critica
contro il populismo di destra e contro l’approccio «cognitivista»di Habermas. Una prospettiva
«emotiva»quella di Urbinati, ispirata a Hannah Arendt. Tra i suoi numerosi lavori, oltre a
«L’individualismo democratico», il recente volume sulla «Democrazia rappresentativa»,
che sta per uscire in Italia sempre per Donzelli.


Bruno Gravagnuolo, L'Unità - lunedì 16 Febbraio 2009


Segnalato da Sara Bacchiega - coord. circolo PD di Fratta Polesine

mercoledì 18 febbraio 2009

E' "morto" il Leader, non il Partito.


Le dimissioni di Veltroni chiudono un periodo travagliato per la sinistra italiana e in particolare per il PD. Un periodo iniziato sotto i migliori auspici, ma che ha visto una chiusura quanto dolorosa quanto improvvisa. Walter lascia un partito profondamente smarrito che deve ritrovare dei valori (che appaiono dai contorni molto sfocati), una strada politica nuova che possa aiutarlo a risorgere.


Intendiamoci: le sue dimissioni sono il gesto più responsabile che abbiamo visto nella politica italiana recente, in quanto egli non ha tirato dritto di fronte alla sconfitta di Soru, ma ha preso atto degli errori da lui commessi (una leadership debole tra i problemi principali ma anche il fatto di non aver "imposto" i voti delle primarie); bisogna però sottolineare come le dimissioni raccolgono anche gli errori di altri membri della "nomenklatura democratica". I continui dissidi verso la linea del PD non hanno aiutato, ma hanno aumentato le divisioni di fronte ad un centro-destra all'apparenza diviso ma unito sotto l' "imperialismo berlusconiano". Ma allora che succede? Per ritrovare la rotta, anche noi abbiamo bisogno di un Berlusconi? Certamente no, ma serve un leader con più autorità che rispetti le idee di tutti, ma guidi il partito in modo fermo e deciso verso la rinascita.


Il PD deve essere "costruito" non "ri-costruito", è rimasto legato ad un'idea, ad un progetto, ad un simbolo, a quelle due lettere tricolori, mostrando una struttura sostanzialmente fragile a livello centrale ma che trova uno straordinario esempio di vita nella rete dei Circoli locali, dai quali bisogna e si deve partire.


Ci si deve dimenticare poi dell'idea che "morto il Papa, morto il Vaticano": certamente l'immagine del PD è stata legata a quella voglia di riformismo della sinistra portata avanti da Veltroni, ma finito il suo mandato, il Partito deve continuare a vivere e a lottare, perchè non si può pensare né ad una scissione né a nessun'altra forma di auto-distruzione, il prezzo da pagare sarebbe troppo alto. Il PD deve fin da ora tracciare una rotta che, in attesa del Congresso, traghetti il partito verso una risalita (in vista anche delle prossime scadenze elettorali), cercando finalmente di puntare su un fortissimo rinnovamento della classe dirigente, per portare avanti le "facce nuove".


Comuqnue sia, caro Walter, a te va un ringraziamento sentito per quanto ci hai saputo regalare in questi mesi, con l'augurio che le tue dimissioni possano davvero segnare l'inizio dell'era del cambaimento, l'inzio di una nuova stagione democratica.

sabato 29 novembre 2008

Consiglio provinciale, interpellanza sulla sanità nell’Ulss 18

Perse importanti professionalità all’ospedale di Rovigo.
Sul “San Luca” un anno di dibattito senza risultati. Le “false comunicazioni sociali” del direttore generale e le carenze della presidenza della conferenza dei sindaci. Informazione e trasparenza.
Il Pd propone l’istituzione di sportelli sulla sanità e la creazione di uno spazio web per sindaci e cittadini.

Importante iniziativa in consiglio provinciale. Giuliana Gulmanelli, capogruppo del Partito Democratico, ha presentato una interpellanza sulla sanità nell’Ulss 18.
Dal documento, che sarà discusso nella seduta di venerdì 28 novembre 2008, emergono motivi di preoccupazione per l’ospedale di Rovigo che ha perduto numerose professionalità. Sul “San Luca” di Trecenta, si evidenzia che, per un anno, si è discusso a vuoto in conferenza dei sindaci, non senza responsabilità della presidenza.
Centrale il problema dell’informazione e della trasparenza. Per questo l’interpellanza chiede che la giunta provinciale si faccia promotrice, presso i comuni sedi di punto sanità, dell’apertura di sportelli presso i quali raccogliere le segnalazioni degli utenti. Inoltre, chiede che l’amministrazione provinciale metta a disposizione di sindaci e cittadini uno spazio in internet dedicato alla discussione dei problemi della sanità.

Avvertenza. Riporto di seguito il testo dell’interpellanza. Quando possibile ho aggiunto gli opportuni link agli articoli pubblicati sul blog http://ospedaletrecenta.blogspot.com

Abbreviazioni. SOC, struttura operativa complessa; SOS Dpt, struttura operativa semplice dipartimentale.

A: Presidente della Provincia di Rovigo
Presidente del Consiglio Provinciale
Assessore Provinciale alla Sanità

Oggetto: interpellanza sulla sanità nell'Ulss 18.Parlare di sanità è sempre difficile ma sempre più necessario. La nostra provincia è strutturata in due Ulss e la n. 18 conta su due strutture ospedaliere. Prevalentemente, nell’Ulss 18, è stato l’ospedale “San Luca” di Trecenta a suscitare l’attenzione delle amministrazioni locali a causa dei profondi cambiamenti di cui è stato oggetto negli ultimi anni. Ma la struttura rodigina non è esente da problemi. Abbiamo appreso che recentemente l’assessore Guglielmo Brusco ha visitato il Day Hospital oncologico dell’Ospedale di Rovigo e l’accoglienza è risultata problematica per carenze strutturali, per l’alto numero di pazienti e per un livello non ottimale di privacy. Inoltre, in questi mesi, si sono registrate le dimissioni del primario di neurologia, dott Domenico De Grandis, e quella del responsabile del laboratorio analisi; entro dicembre si concretizzeranno, se già non è avvenuto, le dimissioni del primario di radiologia, dott. Navarro e di quello di urologia. Un’emorragia di professionalità che deve suscitare attenzione da parte delle amministrazioni locali.
Per quanto riguarda l’ospedale di Trecenta, oggetto di numerosissimi interventi pubblici da parte dell’assessore alla sanità Guglielmo Brusco, la situazione è ancor più problematica. Ricordo soltanto, a titolo esemplificativo, la riduzione della piena operatività del pronto soccorso, la riduzione delle prestazioni di oculistica e la perdita secca del reparto di riabilitazione pneumologica.
Dal agosto 2007, per iniziativa del sindaco di Trecenta, c’è stato un tentativo di fare sintesi e di predisporre una serie di obiettivi essenziali finalizzati al rilancio della struttura. Nata come iniziativa circoscritta ai comuni del distretto 2, si è allargata a tutti i comuni dell’Ulss 18 e alla Conferenza dei Sindaci. La Conferenza ha prodotto due documenti, il primo in data 22 ottobre 2007, particolarmente critico nei confronti della direzione dell’Ulss, e un secondo, in data 29 novembre 2007, che definiva tre richieste precise che ricordo di seguito:
- istituire presso il Presidio Ospedaliero di Trecenta almeno due Dipartimenti strutturali autonomi di cui uno Medico Multidisciplinare (l’attuale Dipartimento di Continuità Assistenziale con le dovute integrazioni) e uno Chirurgico e dell’Urgenza;
- prevedere nei Dipartimenti, oltre alle attuali SOC e SOS Dpt, un numero adeguato di SOS Dpt che garantisca una reale autonomia clinica e gestionale soprattutto nelle branche specialistiche mediche e chirurgiche;riacquisire le SOC di Pronto Soccorso e di Radiologia con relative le apicalità.
I documenti vengono inviati ai comuni dell’Ulss 18 per essere approvati dai rispettivi consigli. Alcuni comuni lo fanno subito, altri se ne dimenticano, altri approvano ma non ne informano il presidente della conferenza. Passano così lunghi mesi e riscuote scarsa partecipazione la riunione della conferenza dei sindaci convocata a Badia Polesine il 13 marzo 2008. I pochi intervenuti concordano di chiedere l’intervento degli assessori regionali Renzo Marangon e Isi Coppola. Incontro che avviene il 9 giugno scorso e al quale partecipa anche il consigliere regionale Carlo Alberto Azzi. Infine, il 26 agosto scorso, un’ulteriore riunione della conferenza dei sindaci, dopo un anno, conclude questo dibattito. Alla riunione viene invitato anche il direttore generale dell’Ulss 18 il quale ha ricordato l’apertura della “casa del parto” e l’inaugurazione delle vasche per l'idrokinesi terapia, avvenuta lo scorso 21 luglio. La presidenza della conferenza dei sindaci non ha ritenuto invece di invitare l’amministrazione provinciale che pure, in tante occasioni, ha dimostrato il proprio interessamento per l’ospedale San Luca. Il direttore generale non ha fatto alcun cenno ai servizi che, durante la sua gestione, sono stati ridotti, circoscritti o del tutto cancellati.
Ma non si tratta solo di omissioni. Ad esempio, il 20 settembre 2006, ha dichiarato «smentisco tutte le voci che vedono il reparto di riabilitazione pneumologica di prossima chiusura» (Il Resto del Carlino), e «non capisco tutti gli allarmismi diffusi nei giorni scorsi» (Il Gazzettino). Ebbene, sei giorni dopo, il 26 settembre 2006, firmava il decreto n. 699 con cui il reparto è stato accorpato a medicina e ha cessato di esistere.
Queste non sono omissioni, sono false comunicazioni sociali. E questo apre il vero problema: avere informazioni certe.In questo senso non siamo stati supportati dalla presidenza della conferenza dei sindaci che non è stata nemmeno in grado di dare notizia , e men che meno rilievo, alle iniziative che ha adottato. Il sito internet della conferenza, ospitato dall’azienda Ulss 18, è straordinariamente privo di informazioni; non risulta aggiornato nemmeno l’elenco delle riunioni della conferenza stessa e della rappresentanza. Inoltre c’è chi ha dovuto spendere cinque mesi in richieste reiterate per ottenere copia di due verbali della conferenza in cui si è discusso dell’ospedale di Trecenta.
Il problema della trasparenza si pone, in primo luogo, rispetto all’azienda stessa che ha profuso ogni sforzo per evitare il rilascio di copia del decreto 699/2006 per poi, finalmente, cedere dopo tre mesi di insistenze. Dal sito aziendale, dopo questo episodio, è stato deciso di eliminare anche la semplice pubblicazione dell’elenco dei decreti adottati dal direttore generale.
Quale fiducia possono avere i cittadini di fronte a questi esempi? E quale fiducia possiamo nutrire noi amministratori locali?
Occorre qualcosa di nuovo. Un sistema di comunicazione che raccolga le segnalazioni dei cittadini e le informazioni dell’Ulss e che verifichi le une e le altre. Uno spazio in cui gli amministratori locali parlino dei problemi della sanità con la necessaria continuità e concretezza, senza perdere il filo degli eventi. Un luogo in cui conservare documenti e testimonianze per averli, come amministratori locali, sempre accessibili, e per garantire al pubblico la stessa accessibilità.
Va poi considerato un altro ordine di problemi che va a rafforzare l’esigenza di iniziative urgenti. La legge affida tutto il potere gestionale al direttore generale dell’Ulss. Proprio per questo è ormai indispensabile contemperare questo fattore con un contatto diretto con la popolazione e con le associazioni che si occupano, in varie forme, di sanità.
Tutto ciò premesso,
si chiede alla Giunta
- se intenda farsi promotrice presso i Comuni, in particolare quelli sedi di punto sanità, dell’istituzione di appositi sportelli per la raccolta delle segnalazioni degli utenti;
- se intenda attivare opportuni strumenti informatici al fine di favorire la circolazione delle informazioni raccolte e di stimolare gli amministratori locali alla trattazione dei problemi riguardanti la sanità in Polesine.

Rovigo, 21/11/2008

Il Capogruppo
Giuliana Gulmanelli

lunedì 27 ottobre 2008

Il ritorno del Popolo

Repubblica — 26 ottobre 2008

"L' Italia - dice Veltroni gettando lo sguardo all' orizzonte - è un paese migliore della destra che lo governa". Benissimo. Ma il dubbio è che l' Italia alla quale si rivolge il leader del Pd, in piedi nella polvere e seduta sull' erba dello stadio, sia tale anche perché ha compreso che la politica è qualcosa di più e di meglio che dividersi su ogni cosa, specie nello stesso partito, restandone immusonita e a braccia conserte senza produrre niente di nuovo. Il Circo Massimo è pieno, ci mancherebbe. Scenario di ragguardevole bellezza, ruderi e cipressi. Atmosfera serena, partecipazione matura, a tratti perfino gioiosa. Riuscita mescolanza musicale, tutto sommato, nei cortei e sul palco, i Beatles e Bella ciao, gli U2 e Fratelli d' Italia, magari anche Pezzali, chiamato a intrattenere la piazza democratica, di sicuro l' orchestra multietnica di Piazza Vittorio. E poi non ha nemmeno piovuto, come doveva. Tutti contenti, è fatta, anche oggi, evviva. Chissà se alla fine, sotto le nuvole color del piombo, a qualcuno è venuto in mente che quella bella piazza conteneva una specie di lezione. Se la prossima volta, invece che in vista sul palco, sotto il baldacchino, dietro le transenne che delimitavano l' area dei notabili da quella della gente comune, ecco, magari sarebbe potuta andare ancora meglio se i D' Alema, i Rutelli, i Bettini, i Fassino, le Melandri, i Fioroni, i Ranucci, addirittura, invece che lassù, debitamente in vetrina, si fossero mischiati ai manifestanti per raccoglierne più da vicino la voce e anche l' energia. Quale prodigio, insomma, se i dirigenti fossero stati ancora più vicini alla loro gente, rinunciando al ruolo necessariamente privilegiato, in mezzo alla calca, sulla spianata, dove si sta scomodi, o laggiù in fondo, dove non si vede niente, dietro i gazebo, come tutti, come gli altri, come gli ultimi. Che poi, notoriamente, sono i primi. Perché i primi, appunto, sono quelli venuti da lontano, con i treni speciali, quelli normali, e i pullman. Da Avetrana, per dire, lontano Salento, viaggio notturno, a partire dalla mezzanotte, 5 euro e una scorta di bottigliette d' acqua, "a volontà" dice uno con rassicurante allegria. Prima sosta a Canne della Battaglia, per la pipì, poi alla stazione di servizio Casilina. Il pullman li ha lasciati all' Eur, qui hanno fatto colazione, poi hanno preso la metro e adesso sono alla stazione Ostiense. Occhi rossi e piedi gonfi: per il Partito democratico. Così è accaduto. "Io - dice fiero un agricoltore - ho perso una giornata di lavoro". In realtà l' ha regalata al Pd: forse dovrebbero tenerne conto gli ex affittuari del loft, le cui finestre chiuse sono a meno di cento metri dal maxi palco. Per alcuni è un sacrificio, per la maggior parte un divertimento. Comunque la signora con la cerata rossa della Cgil ha 79 anni, viene da Torino ed è partita alle 23,30. Solo quando si potrà leggere questo articolo sarà, forse, tornata di nuovo a casa sua. Forse, potrebbero farci un pensierino gli strateghi di una sconfitta che hanno così duramente fatto fatica a riconoscere. Dividendosi invece di reagire compatti. "Vieni mo' a mangiare": questi manifestanti vengono da Bologna e hanno preso il treno alle 6 e mezzo, sveglia alle quattro. Stanchi? "Mo' no, è normale" sorridono: il partito chiama e loro rispondono, è così dai funerali di Togliatti, gli succede ogni anno di venire a Roma. Uno divora un bignè, camminando; un altro tira il respiro e allunga il passo. I bolognesi, naturalmente, hanno tutti il cappelletto bianco e la bandiera nuova. I napoletani si salutano e si abbracciano, rumorosamente. Arrivano a Roma sospinti da qualcosa di cui s' è persa la traccia, lo spirito della militanza. Senza che alcuno li accolga come si dovrebbe, con un caffè, un panino, un arancio, qualcosa. Ma pazienza, sono abituati a non avere la vita facile. A Ostiense l' onorevole Franceschini gli stringe la mano, firma autografi sui berretti e fa un paio di interviste televisive. Dopo una mezzora se ne va e i treni continuano ad arrivare. Ancora da Bologna, da Genova, da Civitavecchia. Le signore in tuta, con la borsetta leggera e l' ombrello, gli anziani con le scarpe da ginnastica, i ragazzi con il megafono aggiustato con lo scotch. Sembrano, o forse sono davvero in gita, e non gli pesa. Un sorso d' acqua, una sigaretta, un attimo di smarrimento, un sospiro e un sorriso di sollievo al sole autunnale di Roma. Com' è più semplice, e intensa, e generosa, la politica vissuta alla base; e quanto più appagante rispetto a quella dei professionisti! Partono i cortei, tutto va come deve andare, il Circo Massimo si colma. Quanti sono, alla fine? Boh. Benedetto chi è esentato, anche stavolta, dall' esagerazione contabile e necessitata di questi tempi di contatti, audience, sondaggi. Perché negli ultimi anni le stime si confrontano a distanza di mesi e anni e il risultato è che sembrano aver smarrito razionalità, non di rado sfidando matematica, fisica, geometria e buonsenso. Ma quel che davvero fa impressione, oggi, e sorprende più di qualunque eccesso, è che ancora così tante persone hanno risposto all' appello e sono arrivate fin qui. Nonostante la delusione, nonostante la sconfitta e una crisi di rappresentanza che impone novità, fatiche, cautele e che spiega gli aspetti meno felici della vita interna: proliferare di fondazioni, dispetti, sprechi, tentazioni di inciucio sulla Rai, perenne disputa sui soldi, rivalità al sole e pugnalate nell' ombra. Tutto questo oggi può essere, se non archiviato, certo purificato dalla grande partecipazione di tanta gente. I dirigenti del Pd hanno promesso in anticipo il "pienone" senza rendersi conto che forse in questo modo facevano un torto al loro stesso popolo, sminuivano la sua preziosa varietà trasformandola in pura astrattezza numerica, folla indifferenziata. Come quella della foto che l' ufficio propaganda del Pd ha acquistato per avventura, chissà a che prezzo, per reclamizzare sui muri d' Italia la manifestazione, senza accorgersi che era una folla di piazza San Pietro. Ecco: domani non ci sarà bisogno di comprare foto. Al Circo Massimo, per una volta, la politica è ritornata in mano alla "gente" senza paura di qualificare questa entità primaria deformandone la dizione (la "gggente") secondo logiche tele-qualunquiste. E questo è accaduto mentre la regia proiettava a lungo sui maxi-schermi i volti dei soliti noti, D' Alema, Bersani, Epifani, silenziosi visitors a mezzo busto. Nell' arena molti più giovani e donne del solito, belle facce pulite e significative, una varietà e una freschezza che per esprimersi non ha bisogno di edulcorazioni ed espedienti comunicativi perché viene dal basso, secondo l' antica nozione della rappresentanza. Così, vista dal Circo Massimo, sia la vana nevrosi della conta che le cifre inevitabilmente esagerate rischiano di non fare giustizia alla grande e visibile riserva di umanità che il Partito democratico ha messo in campo e portato a Roma da tutta Italia. Striscioni. Cartelli. Ricordi della giornata da riportare al paese. L' orgoglio di Torremaggiore, la fantasia di Pagani, la foto ricordo di Sesto San Giovanni, la compostezza dei sardi. E le ragazze coi capelli verdi scatenate nel mambo, i vecchi metalmeccanici che le hanno viste tutte, quelli che con la mafia devono fare i conti ogni giorno. La storia siamo noi: ma sul serio, come cantavano dal palco, "quelli che hanno letto un milione di libri/ e quelli che non sanno nemmeno parlare". Popolo, nel senso classico e nobile della parola. Persone semplici e anonime, per lo più, ma proprio per questo eccezionalmente piene di allegria e dignità. Emozioni vere, fuori dal recinto dei Vip. "Un' altra Italia è possibile" ha concluso Veltroni. E stai a vedere, forse anche un altro Pd.

FILIPPO CECCARELLI

martedì 14 ottobre 2008

Un giorno alle corse


Riporto un interessantissimo intervento di Luca Sofri (membro del consiglio direttivo nazionale del PD, giornalista, blogger e conduttore radiofonico) che condivido inpieno.

Utile, se non altro, per qualche spunto di riflessione:

"Un giorno alle corse (pubblicato su wittgenstein.it il 3 Ottobre 2008)

Visto che sta circolando anche qualche imbarazzante inesattezza, incollo qui l’appuntone che mi ero scritto – integrandolo con qualcosa tirata fuori all’ultimo momento – per la Direzione Nazionale del PD di stamattina. Poi ho parlato a braccio,e quindi alcune cose sono saltate, ma i concetti ci sono: scritti senza rileggere,non badate alla forma.

Allora, vi chiedo scusa se approfitto del fatto di essere qui per dire un po’ di cose anche poco piacevoli da sentire. Farei volentieri a meno, e mi sarebbe piaciuto che in questi mesi di vita del partito democratico e in queste settimane di suo letargo le avesse dette qualcun altro. Ringrazio Giovanni Bachelet che mi ha preceduto e ha seminato qualche traccia di preoccupazione e insoddisfazione per cosa sta accadendo del PD, facilitandomi un po’ le cose. Mi ha risparmiato – solo un poco - l’imbarazzo e il fastidio che ho io stesso per la figura di quello che arriva qui per la prima volta e pretende di spiegare cosa succede fuori. Ma si dà dannatamente il caso che molti qui diano l’impressione di non saperlo, cosa succede fuori: o di fregarsene. E quindi con riluttanza - con molta riluttanza – faccio quella parte lì.
Della relazione di Dario Franceschini condivido tutto quel che riguarda i modi difare opposizione. Con un paio di piccole eccezioni – che gli segnalo per suggerirgliuna più efficace impostazione dialettica della questione –: vedo una contraddizione tra il sostenere che su cinque anni dobbiamo avere il passo della maratona e partire piano, e il segnalare la difficoltà di recuperare consensi in tempo per le troppo imminenti elezioni europee. Quanto alla metafora della maratona, è più bella, ma secondo me più incongrua agli anni a venire di quella della formula Uno: si parte subito forte, e si deve andare più forte che si può fino all’ultimo giro.E non mi pare vero che tutte le maggioranze appena insediate nella recente storia europea abbiano riscosso i primi cali di consenso solo dopo molti anni: non nel caso di Sarkozy, per esempio, e non in quello dell’ultima vittoria elettorale di Blair.Ma ripeto, sulle modalità dell’opposizione in questi mesi sono del tutto d’accordo.Sono meno d’accordo con Franceschini sull’analisi dello stato del PartitoDemocratico. E spiego perché. Come sappiamo, malgrado un’iniziativa politica rivoluzionaria, moderna, e creativa come quella presa da Walter Veltroni durante la campagna elettorale, abbiamo perso le elezioni. Eppure quel risultato è stato un successo, proprio per questo: era impossibile vincerle, quelle elezioni, e il PartitoDemocratico, dato il contesto e le condizioni non poteva andare meglio di così: nessun leader e nessuna linea politica avrebbero potuto farlo andare meglio di così. Sfido chiunque a sostenere esempi contrari.
Inciso: che qualcuno faccia infantilmente l’offeso di fronte alla tesi che l’immagine del passato governo Prodi abbia limitato e di molto, le possibilità di vittoria alle elezioni, tesi condivisa là fuori dal primo studente di liceo all’ultimo politologo,la dice lunga sulle fesserie su cui perdiamo tempo.Il secondo concetto, per me assai più grave e incomprensibile, è che dopo quella sconfitta, e quel successo – insisto: un successo - il PD è crollato. È dopo che è crollato. Sono passati sei mesi in cui non c’era altro da fare che farsi venire delle idee per farlo crescere, che lavorare per guadagnare fiducia e credibilità senza l’assillo del rischio elettorale, senza la complicazione del dover governare bene,senza il bisogno di un’opposizione agguerrita e instancabile: la maggioranza fa quello che le pare e in questi sei mesi, salvo rarissime eccezioni, potevamo fare un sacco di belle cose.Invece.Il PD oggi è molto in difficoltà: chiedete in giro. Peggio: ha un’immagine di partito allo sbando: cito mi pare lo stesso Walter Veltroni quando disse dell’agonizzante governo Prodi, “si avverte una sensazione di sfarinamento”. E guardate, so distinguere le fesserie dei giornali da quello che pensa la gente: ma so anche che le fesserie dei giornali orientano molto di quello che pensa la gente, e so che le fesserie dei giornali non possono diventare un alibi. Se chiedete in giro alle persone normali cosa pensano stia facendo il PD, vi risponderanno che Veltroni e D’Alema si fanno la guerra. E non posso credere davvero che uomini intelligenti reputino che la soluzione a questo tipo di comunicazione sia semplicemente rispondere“no, non è vero”.Certo, c’è la crisi della sinistra europea, c’è la difficoltà delle sfide della modernità, eccetera eccetera. Ma siamo tutti stufi di alibi per le sconfitte: bisogna saper distinguere tra spiegazioni e giustificazioni. Non gliene frega niente anessuno di sapere le ragioni per cui non riusciamo, che sono sempre le stesse. Se non riesci, ti sposti, e fai fare a qualcun altro. Avviso di un’altra cosa, perché in giro le vanità personali e i nervi scoperti prevalgono su tutto. Non mi interessa sapere di chi sono le colpe: è irrilevante. Distinguo tra colpe e responsabilità ufficiali, e mi interessano le seconde. E soprattutto mi interessa capire quali cause generano quali effetti, in modo da rimuovere le cause.
Se dico che il governo Prodi si è fatto molto malvolere, non mi interessa se la colpa sia di Prodi o di quattro ministri, o dell’ufficio pubbliche relazioni. Ma mi interessa cambiare registro rispetto a uno che non funziona: mi interessa non convocare più – in tempi di casta, di distanza dai cittadini, eccetera – non convocare più una riunione alla Reggia di Caserta. Per dirne una. E se l’Italia in generale, la sinistra in particolare, e il maggior partito della sinistra italiana nel dettaglio, sono nelle condizioni più disastrosamente scoraggianti dell’ultimo mezzo secolo, mi interessa che non si affronti questa situazione con gli uomini e i metodi che hanno portato fino a qui. Non riesco a capire come le persone che hanno avuto incarichi di altissima responsabilità nei partiti da cui viene questo, e nei governi che hanno preceduto e favorito questo –tra cui alcune persone per cui ho una grande ammirazione e riconoscenza – vivan osenza nessuna logica consequenzialità la loro storica corresponsabilità nel fallimento.Invece sono qui a discutere come affrontare il secondo decennio del Duemila le stesse persone che non hanno saputo affrontare il primo e che erano qui nel millennio precedente, e nessuna di queste fasi si fa ricordare come un momento splendente nella storia di questo paese.
Chiudo la parte critica, che spero non abbia bisogno di altri esempi, che altrimenti potrei tenervi qui a ore e non sarebbe bello per nessuno. Ma la chiudo parlando di Walter Veltroni, di cui ho infinita stima e la cui leadership sostengo fermamente (e trovo pazzesco che sia data cittadinanza a contestazioni che non rappresentano nessuno. Nessuno. Veltroni è diventato leader del PD per fare il leader del PD, non per vincere le elezioni pochi mesi dopo. Sfido chiunque contesti l’attuale segreteria a dire a nome di chi parla. Dei voti ottenuti con un sistema elettorale senza preferenze? Gli unici qui dentro che parlano a nome di qualcuno sono coloro che hanno preso voti alle primarie dell’anno scorso).
Bene, non pretendo di spiegare a persone molto più esperte e competenti di me quali contenuti dare al presente e al futuro del Partito Democratico. Non sto parlando di contenuti, come vedete, e non sarei all’altezza di discussioni molto approfondite ed elaborate che avvengono dentro questo partito. E dichiaro che quando una cosa mi pare particolarmente assurda e incomprensibile, tendo a pensare sempre che mi sfugga qualcosa, prima di dire “è assurdo!”. Dove non vedo spiegazione, la chiedo, prima divolermene creare una che mi piaccia. Sull’anacronistica pigrizia e inadeguatezza della classe dirigente italiana – non parlo di quella di destra, che è al di là delle possibilità di analisi – per esempio ho chiesto molto in giro, e solo in assenza di altre giustificazioni o valide obiezioni ho dovuto convincermi che si spiega solo con pigrizie, vanità, mediocrità, egoismi e presunzioni umane. Normale, le abbiamo tutti, anch’io e parecchie: e infatti ho evitato di fare un lavoro che dovesse mettermi al servizio degli altri, come la politica. Per fare politica, soprattutto di questi tempi, ci vuole la capacità di mettere se stessi e le proprie ambizioni non in secondo, ma in quinto piano: o la capacità di soddisfarle, le proprie ambizioni, fingendo di non averne. E temo che se ce ne andiamo da qui, tutti noi che non soddisfiamo questo requisito,restano davvero in pochi. Ma io non mi so spiegare Walter Veltroni, e quindi immagino che qualcosa mi sfugga. Cosa mi sfugge? Tutto il paese fa battute – divertite o scorate – sullo stordimento da KO che avrebbe colpito il nostro segretario, o quel che è. Tutti si chiedono dovesia finito il Veltroni della campagna elettorale: tutti notano la totale differenzadi passo, ovvero l’assenza. Dico solo che ho trovato incredibile che sull’unicain iziativa politica e di comunicazione forte presa da Walter in questi mesi –l’intervento sulla questione Alitalia – invece che leggere e sentire almeno sullastampa non vicina al centrodestra “Veltroni interviene sulla questione Alitalia”, senon “Veltroni risolve la questione Alitalia”, ho letto e sentito solo “Veltroni: sonointervenuto io”. Con conseguente prevedibile derisione e demolizione del concetto daparte del centrodestra. Ma che modo è? Ma c’è l’abbiamo un responsabile dellacomunicazione, un gruppo di persone che lavorino su queste cose, che sono le cose concui poi si vincono i cuori e le elezioni? Tutto il paese – persino l’ultimo avventore di bar – constata l’inesistenza di un gruppo dirigente compatto, di una squadra intorno al leader, di un’identità dipartito. E stendo un velo pietoso su come stiamo affrontando la questione Rai, e suq uali candidati stiamo investendo quella che pare essere la maggiore battagliapolitica del momento: per non parlare dell’insistenza sul candidato alla presidenzadella commissione di viglianza Rai, che non ha una sola ragione sensata al mondo, se non quelle della peggior politica traffichina e perdente.Tutto il paese si chiede: Warte, che stai affa’? Dove sei? Che ne è del famoso partito moderno, leggero, al passo con il futuro? Che ne è di quella che Goffredo Bettini stamattina sul Foglio ha chiamato “la speranza che abbiamo impiantato”? Io sono d’accordo con Piero Fassino quando sottolinea l’importanza della questione della leadership: ma non credo, diversamente da lui, che dobbiamo “discuterne” della questione della leadership. È una questione che ci ha superato, quella della necessità di leader efficaci e comunicativi, e dobbiamo solo farci i conti. E abbiamo avuto al fortuna di trovare un leader come Veltroni che in campagna elettorale ha mostrato assieme grande capacità di raccogliere consenso e popolarità e grande visione e capacità politica e concreta. Ma dov’è finito quel Veltroni lì? Chi se ne sta occupando, di questo partito? Warte, cosa mi sfugge? Cosa ci sfugge? Perché ti avviso, siamo in parecchi. E siamo il famoso paese reale, non una cosa che si snobba con un’alzata di spalle e la legittima convinzione di essere quelli che sanno fare le cose, altro che chiacchiere. Le chiacchiere stanno affondando questo partito.Vi dico cosa farei io. Passerei tutto il tempo a inventarmi delle cose: a farmi venire delle idee. A mostrare al paese, per i prossimi tre anni, che stiamo facendo delle cose e delle buone cose. L’intervento su Alitalia poteva essere uno. Era fare. Tutte le dichiarazioni su Berlusconi Di Pietro o la Rai, invece sono dire. Sono inutili, roba vecchia, perdite di tempo. La politica non si può più fare così, se si vuole davvero fare, la politica: se non si vuole tenere una rendita personale inattesa di inutili promozioni o lontane pensioni. La politica oggi si fa in modo rivoluzionario, o si perde, e si perde prima di tutto con se stessi. Le persone che sono qui oggi – salvo i pochi che hanno meritatamente legato il proprio nome alla creazione del Partito Democratico – non saranno ricordati per niente di buono. Non èuna cosa bella, perché ci sono un sacco di brave e capaci di persone: ma è la verità. Siamo brave e capaci di persone inesistenti nella storia, che non hanno saputo mettere delle pezze sui disastri di questo paese. Nel migliore dei casi, un ministero ininfluente quella volta là,una legge già abolita quell’altra volta. Siete la leadership? Siete il modello? Siete quelli che devono guidare il cambiamento? E allora andate via da Roma, per un anno. Trovatevi un’altra città, un altro pezzo di Italia da conoscere e aiutare, e andate là. A Cosenza, a Treviso, aSassari. Sì, lo so, state già pensando “i bambini, la famiglia, figuriamoci”. Ma che impegno è quello in queste condizioni non è capace di grandi sacrifici? Io vi capisco: non ne sarei capace, non mi sentirei disposto a tanto. E infatti faccio altro.Cameron ieri ha detto “per risolvere i guai straordinari della finanza di queste settimane, non abbiamo bisogno del solito, abbiamo bisogno di cambiare”.Continuo. Date metà del vostro stipendio da parlamentare a un progetto concreto – sì,lo so, che già lo date al partito: ma non lo sa nessuno, e soprattutto non glienef rega niente a nessuno. Guardate che la questione Casta è momentaneamente accantonata perché ci sono state le elezioni e una momentanea distrazione. Ma tornerà presto –non parlo del grillismo, ma delle legittime e fondate proteste sulla condizioneintollerabile della nostra classe politica. E quando tornerà, noi non saremo attrezzati per venirne assolti. Prendiamo quei soldi e creiamo una scuola, borse distudio, aiutiamo le amministrazioni locali del PD. Facciamoci delle buone cose e diciamolo. Pubblichiamo – sul serio – non in un angoletto del nostro sito, il bilancio del partito, trasparentemente. Creiamo un gruppo che si occupi efficacemente– dico efficacemente e professionalmente – della comunicazione del partito, e una struttura che raccolga idee e proposte e richieste. Questa mi sembrava di non potervela suggerire, ma qualcuno prima di me vi ha già saggiamente accennato: aboliamo, attenzione che non scherzo, aboliamo i ministri ombra. È stata una delle trovate comunicative più controproducenti avute finora, e lo è ogni giorno. Ci ridono dietro, ma pure gli elettori del PD. Ricambiamo totalmente se non la dirigenza del partito – non arrivo a chiedere tanta banale ovvietà – ma almeno tutte le figure destinate alla comunicazione pubblica: che daV espa e Floris ci vada Matteo Colaninno, ci vada Cuperlo, ci vada Alessia Mosca, ci vada Zingaretti, ci vadano i dirigenti di domani, che altrimenti non lo saranno mai,senza nessuna visibilità e autorevolezza pubblica. Vogliono D’Alema e Rutelli? D’Alema e Rutelli dicano no, grazie: e mandino Letta e Cuperlo. E impegnamoci con ogni mezzo e in modo esibito ogni giorno per cambiare questa legge elettorale: oltre che sacrosanta, sarebbe la battaglia più condivisa da tutto il paese, oggi. Altrimenti ci ritroveremo quattro mesi prima delle prossime elezioni...
Siete capaci di farle, queste cose? Siamo capaci? Perché se non siamo capaci, non siamo capaci di fare politica, di fare il bene di questo partito, della sinistra italiana e di questo paese. E ne facciamo il male, ogni ora che passa: nessuno si senta assolto.Vi chiedo di nuovo scusa: ma vi prometto che non verrò a ripetere queste cose una seconda volta."

Segnalazione inviata da Andrea Francato