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giovedì 16 luglio 2009

I candidati del Pd


Sono tre, fino a questo momento, le candidature alla carica di segretario del Pd. Sono quelle di Pierluigi Bersani, di Dario Franceschini e di Ignazio Marino.
Bersani ha dimostrato ottime capacità di governo, Franceschini ha retto bene al dopo Veltroni e si è scontrato a muso duro con Berlusconi, Marino ha parlato con grande competenza e saggezza sul caso Englaro, sul testamento biologico e la legge sulla procreazione assistita.

Bersani potrebbe essere l'uomo giusto per far coincidere il capo del maggior partito della coalizione con il candidato premier, così come avviene nel centro destra. L'altra faccia della medaglia è la scarsa propensione alla comunicazione, non ha ancora in sito internet e non si può facilmente dire che “buchi il video”.
Franceschini è stato il dirigente che più di ogni altro ha criticato Berlusconi, e questo va a suo onore. Ciò che mi ha fatto storcere il naso è stata la sua candidatura dopo aver passato mesi e mesi a negarla. Inoltre non mi sono piaciute alcune motivazioni. In particolare, tra le altre cose, ha detto (cito a memoria) “Non posso, non posso riconsegnare il partito a chi lo ha gestito prima e molto prima”. Non precisa Franceschini chi dobbiamo assolutamente evitare. Prima di lui è stato segretario Veltroni: ce l'ha con lui? Prima di Veltroni c'erano Ds e Margherita, si riferisce ai dirigenti dei due partiti che hanno creato il Pd, Bersani compreso?
Marino potrebbe essere una buona soluzione “trasversale”. Per non essere ex Ds o ex Margherita, tra i tre candidati è quello che potrebbe meglio rappresentare le persone che si sono avvicinate al Pd per dar vita ad un partito realmente nuovo. Tra i tre è quello che a proposito della legge sul testamento biologico ha mantenuto un punto di vista laico e competente. Ma ho trovato insostenibile la sua dichiarazione sulla “questione morale” dopo il caso Bianchini, il coordinatore di un circolo Pd gravemente indiziato per alcuni casi di stupro. Poi ha fatto marcia indietro ma ha lasciato il dubbio di farsi trasportare dalla foga della campagna congressuale a scapito della capacità di giudizio.
Sarà difficile scegliere il candidato giusto.

Ah! dimenticavo, si vuole candidare anche Beppe Grillo. Ci aveva provato anche Marco Pannella nel recente passato. Ma cosa pensano che sia il Pd? Non hanno militato un giorno nel partito, non lo hanno votato, ne han detto peste e corna e pretendono di dirigerlo ai massimi livelli? Ma allora si può candidare anche Berlusconi, così potrà fare il capo della maggioranza e anche dell'opposizione comunque vadano le elezioni.
Ho visto in internet la domanda di iscrizione presentata da Grillo. La quota è di 15 euro, lui ne ha versati 16, uno in più. Con quello che guadagna! Ammazza che spilorcio! Ma Grillo ha fatto una domanda e bisogna rispondere. Propongo di prendere spunto da Totò, un comico che non si è mai reso ridicolo, e di rispondergli MA MI FACCIA IL PIACERE!!!!
Ma forse Grillo ha solo bisogno di spararle grosse in modo da mantenere ancora a 40 euro il prezzo del biglietto per i suoi spettacoli. E rientrare così “dall'investimento” di 16 :-).
Ciao a tutti.

Piero Tosarello

mercoledì 18 febbraio 2009

E' "morto" il Leader, non il Partito.


Le dimissioni di Veltroni chiudono un periodo travagliato per la sinistra italiana e in particolare per il PD. Un periodo iniziato sotto i migliori auspici, ma che ha visto una chiusura quanto dolorosa quanto improvvisa. Walter lascia un partito profondamente smarrito che deve ritrovare dei valori (che appaiono dai contorni molto sfocati), una strada politica nuova che possa aiutarlo a risorgere.


Intendiamoci: le sue dimissioni sono il gesto più responsabile che abbiamo visto nella politica italiana recente, in quanto egli non ha tirato dritto di fronte alla sconfitta di Soru, ma ha preso atto degli errori da lui commessi (una leadership debole tra i problemi principali ma anche il fatto di non aver "imposto" i voti delle primarie); bisogna però sottolineare come le dimissioni raccolgono anche gli errori di altri membri della "nomenklatura democratica". I continui dissidi verso la linea del PD non hanno aiutato, ma hanno aumentato le divisioni di fronte ad un centro-destra all'apparenza diviso ma unito sotto l' "imperialismo berlusconiano". Ma allora che succede? Per ritrovare la rotta, anche noi abbiamo bisogno di un Berlusconi? Certamente no, ma serve un leader con più autorità che rispetti le idee di tutti, ma guidi il partito in modo fermo e deciso verso la rinascita.


Il PD deve essere "costruito" non "ri-costruito", è rimasto legato ad un'idea, ad un progetto, ad un simbolo, a quelle due lettere tricolori, mostrando una struttura sostanzialmente fragile a livello centrale ma che trova uno straordinario esempio di vita nella rete dei Circoli locali, dai quali bisogna e si deve partire.


Ci si deve dimenticare poi dell'idea che "morto il Papa, morto il Vaticano": certamente l'immagine del PD è stata legata a quella voglia di riformismo della sinistra portata avanti da Veltroni, ma finito il suo mandato, il Partito deve continuare a vivere e a lottare, perchè non si può pensare né ad una scissione né a nessun'altra forma di auto-distruzione, il prezzo da pagare sarebbe troppo alto. Il PD deve fin da ora tracciare una rotta che, in attesa del Congresso, traghetti il partito verso una risalita (in vista anche delle prossime scadenze elettorali), cercando finalmente di puntare su un fortissimo rinnovamento della classe dirigente, per portare avanti le "facce nuove".


Comuqnue sia, caro Walter, a te va un ringraziamento sentito per quanto ci hai saputo regalare in questi mesi, con l'augurio che le tue dimissioni possano davvero segnare l'inizio dell'era del cambaimento, l'inzio di una nuova stagione democratica.

lunedì 27 ottobre 2008

Il ritorno del Popolo

Repubblica — 26 ottobre 2008

"L' Italia - dice Veltroni gettando lo sguardo all' orizzonte - è un paese migliore della destra che lo governa". Benissimo. Ma il dubbio è che l' Italia alla quale si rivolge il leader del Pd, in piedi nella polvere e seduta sull' erba dello stadio, sia tale anche perché ha compreso che la politica è qualcosa di più e di meglio che dividersi su ogni cosa, specie nello stesso partito, restandone immusonita e a braccia conserte senza produrre niente di nuovo. Il Circo Massimo è pieno, ci mancherebbe. Scenario di ragguardevole bellezza, ruderi e cipressi. Atmosfera serena, partecipazione matura, a tratti perfino gioiosa. Riuscita mescolanza musicale, tutto sommato, nei cortei e sul palco, i Beatles e Bella ciao, gli U2 e Fratelli d' Italia, magari anche Pezzali, chiamato a intrattenere la piazza democratica, di sicuro l' orchestra multietnica di Piazza Vittorio. E poi non ha nemmeno piovuto, come doveva. Tutti contenti, è fatta, anche oggi, evviva. Chissà se alla fine, sotto le nuvole color del piombo, a qualcuno è venuto in mente che quella bella piazza conteneva una specie di lezione. Se la prossima volta, invece che in vista sul palco, sotto il baldacchino, dietro le transenne che delimitavano l' area dei notabili da quella della gente comune, ecco, magari sarebbe potuta andare ancora meglio se i D' Alema, i Rutelli, i Bettini, i Fassino, le Melandri, i Fioroni, i Ranucci, addirittura, invece che lassù, debitamente in vetrina, si fossero mischiati ai manifestanti per raccoglierne più da vicino la voce e anche l' energia. Quale prodigio, insomma, se i dirigenti fossero stati ancora più vicini alla loro gente, rinunciando al ruolo necessariamente privilegiato, in mezzo alla calca, sulla spianata, dove si sta scomodi, o laggiù in fondo, dove non si vede niente, dietro i gazebo, come tutti, come gli altri, come gli ultimi. Che poi, notoriamente, sono i primi. Perché i primi, appunto, sono quelli venuti da lontano, con i treni speciali, quelli normali, e i pullman. Da Avetrana, per dire, lontano Salento, viaggio notturno, a partire dalla mezzanotte, 5 euro e una scorta di bottigliette d' acqua, "a volontà" dice uno con rassicurante allegria. Prima sosta a Canne della Battaglia, per la pipì, poi alla stazione di servizio Casilina. Il pullman li ha lasciati all' Eur, qui hanno fatto colazione, poi hanno preso la metro e adesso sono alla stazione Ostiense. Occhi rossi e piedi gonfi: per il Partito democratico. Così è accaduto. "Io - dice fiero un agricoltore - ho perso una giornata di lavoro". In realtà l' ha regalata al Pd: forse dovrebbero tenerne conto gli ex affittuari del loft, le cui finestre chiuse sono a meno di cento metri dal maxi palco. Per alcuni è un sacrificio, per la maggior parte un divertimento. Comunque la signora con la cerata rossa della Cgil ha 79 anni, viene da Torino ed è partita alle 23,30. Solo quando si potrà leggere questo articolo sarà, forse, tornata di nuovo a casa sua. Forse, potrebbero farci un pensierino gli strateghi di una sconfitta che hanno così duramente fatto fatica a riconoscere. Dividendosi invece di reagire compatti. "Vieni mo' a mangiare": questi manifestanti vengono da Bologna e hanno preso il treno alle 6 e mezzo, sveglia alle quattro. Stanchi? "Mo' no, è normale" sorridono: il partito chiama e loro rispondono, è così dai funerali di Togliatti, gli succede ogni anno di venire a Roma. Uno divora un bignè, camminando; un altro tira il respiro e allunga il passo. I bolognesi, naturalmente, hanno tutti il cappelletto bianco e la bandiera nuova. I napoletani si salutano e si abbracciano, rumorosamente. Arrivano a Roma sospinti da qualcosa di cui s' è persa la traccia, lo spirito della militanza. Senza che alcuno li accolga come si dovrebbe, con un caffè, un panino, un arancio, qualcosa. Ma pazienza, sono abituati a non avere la vita facile. A Ostiense l' onorevole Franceschini gli stringe la mano, firma autografi sui berretti e fa un paio di interviste televisive. Dopo una mezzora se ne va e i treni continuano ad arrivare. Ancora da Bologna, da Genova, da Civitavecchia. Le signore in tuta, con la borsetta leggera e l' ombrello, gli anziani con le scarpe da ginnastica, i ragazzi con il megafono aggiustato con lo scotch. Sembrano, o forse sono davvero in gita, e non gli pesa. Un sorso d' acqua, una sigaretta, un attimo di smarrimento, un sospiro e un sorriso di sollievo al sole autunnale di Roma. Com' è più semplice, e intensa, e generosa, la politica vissuta alla base; e quanto più appagante rispetto a quella dei professionisti! Partono i cortei, tutto va come deve andare, il Circo Massimo si colma. Quanti sono, alla fine? Boh. Benedetto chi è esentato, anche stavolta, dall' esagerazione contabile e necessitata di questi tempi di contatti, audience, sondaggi. Perché negli ultimi anni le stime si confrontano a distanza di mesi e anni e il risultato è che sembrano aver smarrito razionalità, non di rado sfidando matematica, fisica, geometria e buonsenso. Ma quel che davvero fa impressione, oggi, e sorprende più di qualunque eccesso, è che ancora così tante persone hanno risposto all' appello e sono arrivate fin qui. Nonostante la delusione, nonostante la sconfitta e una crisi di rappresentanza che impone novità, fatiche, cautele e che spiega gli aspetti meno felici della vita interna: proliferare di fondazioni, dispetti, sprechi, tentazioni di inciucio sulla Rai, perenne disputa sui soldi, rivalità al sole e pugnalate nell' ombra. Tutto questo oggi può essere, se non archiviato, certo purificato dalla grande partecipazione di tanta gente. I dirigenti del Pd hanno promesso in anticipo il "pienone" senza rendersi conto che forse in questo modo facevano un torto al loro stesso popolo, sminuivano la sua preziosa varietà trasformandola in pura astrattezza numerica, folla indifferenziata. Come quella della foto che l' ufficio propaganda del Pd ha acquistato per avventura, chissà a che prezzo, per reclamizzare sui muri d' Italia la manifestazione, senza accorgersi che era una folla di piazza San Pietro. Ecco: domani non ci sarà bisogno di comprare foto. Al Circo Massimo, per una volta, la politica è ritornata in mano alla "gente" senza paura di qualificare questa entità primaria deformandone la dizione (la "gggente") secondo logiche tele-qualunquiste. E questo è accaduto mentre la regia proiettava a lungo sui maxi-schermi i volti dei soliti noti, D' Alema, Bersani, Epifani, silenziosi visitors a mezzo busto. Nell' arena molti più giovani e donne del solito, belle facce pulite e significative, una varietà e una freschezza che per esprimersi non ha bisogno di edulcorazioni ed espedienti comunicativi perché viene dal basso, secondo l' antica nozione della rappresentanza. Così, vista dal Circo Massimo, sia la vana nevrosi della conta che le cifre inevitabilmente esagerate rischiano di non fare giustizia alla grande e visibile riserva di umanità che il Partito democratico ha messo in campo e portato a Roma da tutta Italia. Striscioni. Cartelli. Ricordi della giornata da riportare al paese. L' orgoglio di Torremaggiore, la fantasia di Pagani, la foto ricordo di Sesto San Giovanni, la compostezza dei sardi. E le ragazze coi capelli verdi scatenate nel mambo, i vecchi metalmeccanici che le hanno viste tutte, quelli che con la mafia devono fare i conti ogni giorno. La storia siamo noi: ma sul serio, come cantavano dal palco, "quelli che hanno letto un milione di libri/ e quelli che non sanno nemmeno parlare". Popolo, nel senso classico e nobile della parola. Persone semplici e anonime, per lo più, ma proprio per questo eccezionalmente piene di allegria e dignità. Emozioni vere, fuori dal recinto dei Vip. "Un' altra Italia è possibile" ha concluso Veltroni. E stai a vedere, forse anche un altro Pd.

FILIPPO CECCARELLI

martedì 14 ottobre 2008

Un giorno alle corse


Riporto un interessantissimo intervento di Luca Sofri (membro del consiglio direttivo nazionale del PD, giornalista, blogger e conduttore radiofonico) che condivido inpieno.

Utile, se non altro, per qualche spunto di riflessione:

"Un giorno alle corse (pubblicato su wittgenstein.it il 3 Ottobre 2008)

Visto che sta circolando anche qualche imbarazzante inesattezza, incollo qui l’appuntone che mi ero scritto – integrandolo con qualcosa tirata fuori all’ultimo momento – per la Direzione Nazionale del PD di stamattina. Poi ho parlato a braccio,e quindi alcune cose sono saltate, ma i concetti ci sono: scritti senza rileggere,non badate alla forma.

Allora, vi chiedo scusa se approfitto del fatto di essere qui per dire un po’ di cose anche poco piacevoli da sentire. Farei volentieri a meno, e mi sarebbe piaciuto che in questi mesi di vita del partito democratico e in queste settimane di suo letargo le avesse dette qualcun altro. Ringrazio Giovanni Bachelet che mi ha preceduto e ha seminato qualche traccia di preoccupazione e insoddisfazione per cosa sta accadendo del PD, facilitandomi un po’ le cose. Mi ha risparmiato – solo un poco - l’imbarazzo e il fastidio che ho io stesso per la figura di quello che arriva qui per la prima volta e pretende di spiegare cosa succede fuori. Ma si dà dannatamente il caso che molti qui diano l’impressione di non saperlo, cosa succede fuori: o di fregarsene. E quindi con riluttanza - con molta riluttanza – faccio quella parte lì.
Della relazione di Dario Franceschini condivido tutto quel che riguarda i modi difare opposizione. Con un paio di piccole eccezioni – che gli segnalo per suggerirgliuna più efficace impostazione dialettica della questione –: vedo una contraddizione tra il sostenere che su cinque anni dobbiamo avere il passo della maratona e partire piano, e il segnalare la difficoltà di recuperare consensi in tempo per le troppo imminenti elezioni europee. Quanto alla metafora della maratona, è più bella, ma secondo me più incongrua agli anni a venire di quella della formula Uno: si parte subito forte, e si deve andare più forte che si può fino all’ultimo giro.E non mi pare vero che tutte le maggioranze appena insediate nella recente storia europea abbiano riscosso i primi cali di consenso solo dopo molti anni: non nel caso di Sarkozy, per esempio, e non in quello dell’ultima vittoria elettorale di Blair.Ma ripeto, sulle modalità dell’opposizione in questi mesi sono del tutto d’accordo.Sono meno d’accordo con Franceschini sull’analisi dello stato del PartitoDemocratico. E spiego perché. Come sappiamo, malgrado un’iniziativa politica rivoluzionaria, moderna, e creativa come quella presa da Walter Veltroni durante la campagna elettorale, abbiamo perso le elezioni. Eppure quel risultato è stato un successo, proprio per questo: era impossibile vincerle, quelle elezioni, e il PartitoDemocratico, dato il contesto e le condizioni non poteva andare meglio di così: nessun leader e nessuna linea politica avrebbero potuto farlo andare meglio di così. Sfido chiunque a sostenere esempi contrari.
Inciso: che qualcuno faccia infantilmente l’offeso di fronte alla tesi che l’immagine del passato governo Prodi abbia limitato e di molto, le possibilità di vittoria alle elezioni, tesi condivisa là fuori dal primo studente di liceo all’ultimo politologo,la dice lunga sulle fesserie su cui perdiamo tempo.Il secondo concetto, per me assai più grave e incomprensibile, è che dopo quella sconfitta, e quel successo – insisto: un successo - il PD è crollato. È dopo che è crollato. Sono passati sei mesi in cui non c’era altro da fare che farsi venire delle idee per farlo crescere, che lavorare per guadagnare fiducia e credibilità senza l’assillo del rischio elettorale, senza la complicazione del dover governare bene,senza il bisogno di un’opposizione agguerrita e instancabile: la maggioranza fa quello che le pare e in questi sei mesi, salvo rarissime eccezioni, potevamo fare un sacco di belle cose.Invece.Il PD oggi è molto in difficoltà: chiedete in giro. Peggio: ha un’immagine di partito allo sbando: cito mi pare lo stesso Walter Veltroni quando disse dell’agonizzante governo Prodi, “si avverte una sensazione di sfarinamento”. E guardate, so distinguere le fesserie dei giornali da quello che pensa la gente: ma so anche che le fesserie dei giornali orientano molto di quello che pensa la gente, e so che le fesserie dei giornali non possono diventare un alibi. Se chiedete in giro alle persone normali cosa pensano stia facendo il PD, vi risponderanno che Veltroni e D’Alema si fanno la guerra. E non posso credere davvero che uomini intelligenti reputino che la soluzione a questo tipo di comunicazione sia semplicemente rispondere“no, non è vero”.Certo, c’è la crisi della sinistra europea, c’è la difficoltà delle sfide della modernità, eccetera eccetera. Ma siamo tutti stufi di alibi per le sconfitte: bisogna saper distinguere tra spiegazioni e giustificazioni. Non gliene frega niente anessuno di sapere le ragioni per cui non riusciamo, che sono sempre le stesse. Se non riesci, ti sposti, e fai fare a qualcun altro. Avviso di un’altra cosa, perché in giro le vanità personali e i nervi scoperti prevalgono su tutto. Non mi interessa sapere di chi sono le colpe: è irrilevante. Distinguo tra colpe e responsabilità ufficiali, e mi interessano le seconde. E soprattutto mi interessa capire quali cause generano quali effetti, in modo da rimuovere le cause.
Se dico che il governo Prodi si è fatto molto malvolere, non mi interessa se la colpa sia di Prodi o di quattro ministri, o dell’ufficio pubbliche relazioni. Ma mi interessa cambiare registro rispetto a uno che non funziona: mi interessa non convocare più – in tempi di casta, di distanza dai cittadini, eccetera – non convocare più una riunione alla Reggia di Caserta. Per dirne una. E se l’Italia in generale, la sinistra in particolare, e il maggior partito della sinistra italiana nel dettaglio, sono nelle condizioni più disastrosamente scoraggianti dell’ultimo mezzo secolo, mi interessa che non si affronti questa situazione con gli uomini e i metodi che hanno portato fino a qui. Non riesco a capire come le persone che hanno avuto incarichi di altissima responsabilità nei partiti da cui viene questo, e nei governi che hanno preceduto e favorito questo –tra cui alcune persone per cui ho una grande ammirazione e riconoscenza – vivan osenza nessuna logica consequenzialità la loro storica corresponsabilità nel fallimento.Invece sono qui a discutere come affrontare il secondo decennio del Duemila le stesse persone che non hanno saputo affrontare il primo e che erano qui nel millennio precedente, e nessuna di queste fasi si fa ricordare come un momento splendente nella storia di questo paese.
Chiudo la parte critica, che spero non abbia bisogno di altri esempi, che altrimenti potrei tenervi qui a ore e non sarebbe bello per nessuno. Ma la chiudo parlando di Walter Veltroni, di cui ho infinita stima e la cui leadership sostengo fermamente (e trovo pazzesco che sia data cittadinanza a contestazioni che non rappresentano nessuno. Nessuno. Veltroni è diventato leader del PD per fare il leader del PD, non per vincere le elezioni pochi mesi dopo. Sfido chiunque contesti l’attuale segreteria a dire a nome di chi parla. Dei voti ottenuti con un sistema elettorale senza preferenze? Gli unici qui dentro che parlano a nome di qualcuno sono coloro che hanno preso voti alle primarie dell’anno scorso).
Bene, non pretendo di spiegare a persone molto più esperte e competenti di me quali contenuti dare al presente e al futuro del Partito Democratico. Non sto parlando di contenuti, come vedete, e non sarei all’altezza di discussioni molto approfondite ed elaborate che avvengono dentro questo partito. E dichiaro che quando una cosa mi pare particolarmente assurda e incomprensibile, tendo a pensare sempre che mi sfugga qualcosa, prima di dire “è assurdo!”. Dove non vedo spiegazione, la chiedo, prima divolermene creare una che mi piaccia. Sull’anacronistica pigrizia e inadeguatezza della classe dirigente italiana – non parlo di quella di destra, che è al di là delle possibilità di analisi – per esempio ho chiesto molto in giro, e solo in assenza di altre giustificazioni o valide obiezioni ho dovuto convincermi che si spiega solo con pigrizie, vanità, mediocrità, egoismi e presunzioni umane. Normale, le abbiamo tutti, anch’io e parecchie: e infatti ho evitato di fare un lavoro che dovesse mettermi al servizio degli altri, come la politica. Per fare politica, soprattutto di questi tempi, ci vuole la capacità di mettere se stessi e le proprie ambizioni non in secondo, ma in quinto piano: o la capacità di soddisfarle, le proprie ambizioni, fingendo di non averne. E temo che se ce ne andiamo da qui, tutti noi che non soddisfiamo questo requisito,restano davvero in pochi. Ma io non mi so spiegare Walter Veltroni, e quindi immagino che qualcosa mi sfugga. Cosa mi sfugge? Tutto il paese fa battute – divertite o scorate – sullo stordimento da KO che avrebbe colpito il nostro segretario, o quel che è. Tutti si chiedono dovesia finito il Veltroni della campagna elettorale: tutti notano la totale differenzadi passo, ovvero l’assenza. Dico solo che ho trovato incredibile che sull’unicain iziativa politica e di comunicazione forte presa da Walter in questi mesi –l’intervento sulla questione Alitalia – invece che leggere e sentire almeno sullastampa non vicina al centrodestra “Veltroni interviene sulla questione Alitalia”, senon “Veltroni risolve la questione Alitalia”, ho letto e sentito solo “Veltroni: sonointervenuto io”. Con conseguente prevedibile derisione e demolizione del concetto daparte del centrodestra. Ma che modo è? Ma c’è l’abbiamo un responsabile dellacomunicazione, un gruppo di persone che lavorino su queste cose, che sono le cose concui poi si vincono i cuori e le elezioni? Tutto il paese – persino l’ultimo avventore di bar – constata l’inesistenza di un gruppo dirigente compatto, di una squadra intorno al leader, di un’identità dipartito. E stendo un velo pietoso su come stiamo affrontando la questione Rai, e suq uali candidati stiamo investendo quella che pare essere la maggiore battagliapolitica del momento: per non parlare dell’insistenza sul candidato alla presidenzadella commissione di viglianza Rai, che non ha una sola ragione sensata al mondo, se non quelle della peggior politica traffichina e perdente.Tutto il paese si chiede: Warte, che stai affa’? Dove sei? Che ne è del famoso partito moderno, leggero, al passo con il futuro? Che ne è di quella che Goffredo Bettini stamattina sul Foglio ha chiamato “la speranza che abbiamo impiantato”? Io sono d’accordo con Piero Fassino quando sottolinea l’importanza della questione della leadership: ma non credo, diversamente da lui, che dobbiamo “discuterne” della questione della leadership. È una questione che ci ha superato, quella della necessità di leader efficaci e comunicativi, e dobbiamo solo farci i conti. E abbiamo avuto al fortuna di trovare un leader come Veltroni che in campagna elettorale ha mostrato assieme grande capacità di raccogliere consenso e popolarità e grande visione e capacità politica e concreta. Ma dov’è finito quel Veltroni lì? Chi se ne sta occupando, di questo partito? Warte, cosa mi sfugge? Cosa ci sfugge? Perché ti avviso, siamo in parecchi. E siamo il famoso paese reale, non una cosa che si snobba con un’alzata di spalle e la legittima convinzione di essere quelli che sanno fare le cose, altro che chiacchiere. Le chiacchiere stanno affondando questo partito.Vi dico cosa farei io. Passerei tutto il tempo a inventarmi delle cose: a farmi venire delle idee. A mostrare al paese, per i prossimi tre anni, che stiamo facendo delle cose e delle buone cose. L’intervento su Alitalia poteva essere uno. Era fare. Tutte le dichiarazioni su Berlusconi Di Pietro o la Rai, invece sono dire. Sono inutili, roba vecchia, perdite di tempo. La politica non si può più fare così, se si vuole davvero fare, la politica: se non si vuole tenere una rendita personale inattesa di inutili promozioni o lontane pensioni. La politica oggi si fa in modo rivoluzionario, o si perde, e si perde prima di tutto con se stessi. Le persone che sono qui oggi – salvo i pochi che hanno meritatamente legato il proprio nome alla creazione del Partito Democratico – non saranno ricordati per niente di buono. Non èuna cosa bella, perché ci sono un sacco di brave e capaci di persone: ma è la verità. Siamo brave e capaci di persone inesistenti nella storia, che non hanno saputo mettere delle pezze sui disastri di questo paese. Nel migliore dei casi, un ministero ininfluente quella volta là,una legge già abolita quell’altra volta. Siete la leadership? Siete il modello? Siete quelli che devono guidare il cambiamento? E allora andate via da Roma, per un anno. Trovatevi un’altra città, un altro pezzo di Italia da conoscere e aiutare, e andate là. A Cosenza, a Treviso, aSassari. Sì, lo so, state già pensando “i bambini, la famiglia, figuriamoci”. Ma che impegno è quello in queste condizioni non è capace di grandi sacrifici? Io vi capisco: non ne sarei capace, non mi sentirei disposto a tanto. E infatti faccio altro.Cameron ieri ha detto “per risolvere i guai straordinari della finanza di queste settimane, non abbiamo bisogno del solito, abbiamo bisogno di cambiare”.Continuo. Date metà del vostro stipendio da parlamentare a un progetto concreto – sì,lo so, che già lo date al partito: ma non lo sa nessuno, e soprattutto non glienef rega niente a nessuno. Guardate che la questione Casta è momentaneamente accantonata perché ci sono state le elezioni e una momentanea distrazione. Ma tornerà presto –non parlo del grillismo, ma delle legittime e fondate proteste sulla condizioneintollerabile della nostra classe politica. E quando tornerà, noi non saremo attrezzati per venirne assolti. Prendiamo quei soldi e creiamo una scuola, borse distudio, aiutiamo le amministrazioni locali del PD. Facciamoci delle buone cose e diciamolo. Pubblichiamo – sul serio – non in un angoletto del nostro sito, il bilancio del partito, trasparentemente. Creiamo un gruppo che si occupi efficacemente– dico efficacemente e professionalmente – della comunicazione del partito, e una struttura che raccolga idee e proposte e richieste. Questa mi sembrava di non potervela suggerire, ma qualcuno prima di me vi ha già saggiamente accennato: aboliamo, attenzione che non scherzo, aboliamo i ministri ombra. È stata una delle trovate comunicative più controproducenti avute finora, e lo è ogni giorno. Ci ridono dietro, ma pure gli elettori del PD. Ricambiamo totalmente se non la dirigenza del partito – non arrivo a chiedere tanta banale ovvietà – ma almeno tutte le figure destinate alla comunicazione pubblica: che daV espa e Floris ci vada Matteo Colaninno, ci vada Cuperlo, ci vada Alessia Mosca, ci vada Zingaretti, ci vadano i dirigenti di domani, che altrimenti non lo saranno mai,senza nessuna visibilità e autorevolezza pubblica. Vogliono D’Alema e Rutelli? D’Alema e Rutelli dicano no, grazie: e mandino Letta e Cuperlo. E impegnamoci con ogni mezzo e in modo esibito ogni giorno per cambiare questa legge elettorale: oltre che sacrosanta, sarebbe la battaglia più condivisa da tutto il paese, oggi. Altrimenti ci ritroveremo quattro mesi prima delle prossime elezioni...
Siete capaci di farle, queste cose? Siamo capaci? Perché se non siamo capaci, non siamo capaci di fare politica, di fare il bene di questo partito, della sinistra italiana e di questo paese. E ne facciamo il male, ogni ora che passa: nessuno si senta assolto.Vi chiedo di nuovo scusa: ma vi prometto che non verrò a ripetere queste cose una seconda volta."

Segnalazione inviata da Andrea Francato