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giovedì 10 settembre 2009
lunedì 18 maggio 2009
Le mani che pregano e quelle che respingono
QUEI guanti di lattice, che servono a non toccare l' orrore, sono come il nostro pensiero, come i nostri ragionamenti sull' immigrazione-sì e l' immigrazione-no, le quote, i conteggi, i controlli, le leggi. LE GUARDIE di finanza usano guanti di gomma e noi usiamo guanti mentali. Proprio come loro li indossiamo per non entrare in contatto con il male fisico, con la sofferenza dei corpi. Ma bastano una, due, tre foto come queste per farci scoprire la fisicità. Le guardiamo infatti senza più la mediazione della logica, ne percepiamo l' efferatezza e la bruttura. E saltano i ragionamenti, non c' è più bibliografia, sparisconoi distinguo del "però questo è un problema complesso". Ecco dunque la banalissima verità che sta dietro ai nostri dibattiti, al nostro accapigliarci sull' identità e sulle frontiere: stiamo buttando fuori a calci in faccia dei poveretti che ci pregano in ginocchio stringendo le mani delle nostre guardie di finanza, mani schifate e dunque inguantate. E ci cade a terra anche la penna perché l' occhio è molto più veloce e diretto dell' intelligenza con la quale siamo abituatia mentalizzare il mondo. Ci cade la penna perché capire e spiegare è già tradire l' orrore, significa infatti infilarsi il guanto dell' orientamento politico, dei libri che abbiamo letto, della nostra battaglia contro la xenofobia, significa parlare dell' esplosione demografica e del deflusso inarrestabile dell' umanità dai paesi dell' infelicità a quelli dell' abbondanza...E invece qui non si tratta né di cultura né di generosità, qui il pensiero si mostra per quel che è: un guanto di lattice, appunto. Qui ci sono da un lato i corpi tozzi, grassi e forti della Legge, la nostra legge,e dall' altro latoi corpi umiliatie maltrattati dei disperati che non vogliamo in casa nostra e che respingiamo. E nella loro sofferenza c' è un surplus di mistero che non si esprime necessariamente nella magrezza e nelle cicatrici perché - guardateli bene - quei corpi avviliti sono ben più vigorosi dei corpi sformati degli aguzzini che ci rappresentano, degli italiani "brava gente" con il manganello. Sembrano addirittura più sani, certamente sono più vivi. Dunque ancora una volta è l' occhio l' organo vincente. Ancora una volta scopriamo che la mente ci abitua a non vedere le cose. E' infatti facile dire che in casa nostra devono entrare solo quelli che hanno un permesso di lavoro e che ci vuole un legge per facilitare le espulsioni dei clandestini. Grazie alle foto dei reporter di Paris Match ora sappiamo che tutto questo significa una scarponata sulle dita di una mano aggrappata alla murate di un' imbarcazione , o un pugno sui denti o... A Porta a Porta o a Ballarò si può trovare una motivazione per tutto, si può spiegare ogni cosa. Ma davantia queste foto ragionare diventa un crampo. Guardate che cosa è la fisicità della politica della dolce e bella Italia: respingere a calci, prendere di peso gli infelici e buttarli fuori dalla ' Bovienzo' che fa servizio da Lampedusa a Tripoli, portarli davanti alle coste libiche e far credere loro che è ancora Italia, trascinarli a terra nudi. E non sono foto di scena, immagini di un film, non sono finzioni. E' davvero questa la nostra politica, con un rapporto stretto tra quello che qui stiamo vedendo e quello che qui non si vede. La nave Bovienzo infattiè come le nostre strade di notte dove piccole creature nere si vendono ai camionisti. La Bovienzo è la violenza sulle donne, anche quella che ci viene restituita in forma di stupro. La Bovienzo sono i soprusi e il disprezzo per i miserabili. La Bovienzo sono le ronde razziste e i barboni bruciati. La Bovienzo è l' Italia dei mille divieti e dei mille egoismi. La Bovienzo è l' Italia generosa che è diventata feroce per paura. La Bovienzo è l' Italia che guardando queste foto si riconosce irriconoscibile: ma davvero siamo noi?FRANCESCO MERLO
Repubblica 15/05/2009
martedì 10 febbraio 2009
Quelle minoranze senza diritti

«è un lungo applauso, accompagnato da uno sventolio di fazzoletti verdi, quello che accoglie il voto finale al provvedimento sulla sicurezza», riferisce la cronaca dal Senato del quotidiano La Padania. Gli spavaldi portavoce leghisti, con quel fazzoletto-distintivo bene in vista nel taschino, lanciano attraverso i telegiornali la buona novella della padronanza recuperata sul "nostro" territorio. Basta col lassismo. Mantenuta la promessa elettorale. E' finita la cuccagna. Ma quale cuccagna? Troviamo la risposta sempre sul giornale padano, nel titolone sarcastico del giorno prima. "Bossi: ormai i clandestini siamo noi. Al Pronto Soccorso noi diamo le generalità, loro sono esenti". Falso, ma funziona. E' la narrazione di una maggioranza di cittadini perbene oppressa da una minoranza straniera pretenziosa di vivere a spese nostre, esente da vincoli. La fotografia di un' Italia a rovescio, dove l' immigrato la fa da padrone e assoggetta il nativo. Con sapienza propagandistica la Lega esibisce come innocenti i suoi emendamenti. Ma come, di ciascuno si può dire che è vigente nella legislazione di un altro Paese europeo. In effetti, cogliendo fior da fiore, la nuova normativa introduce d' un colpo tutte le regole più severe che altrove, ma non in Italia, vengono abbinate a percorsi certi e codificati di regolarizzazione. Per esempio viene resa più onerosa la tassa sul permesso di soggiorno (oggi di 72 euro) senza ovviare alle lungaggini per cui, quasi sempre, esso viene rilasciato quando ne è ormai prossima la scadenza. Si complica la procedura con test e punteggi, si disincentivano i ricongiungimenti familiari, s' introduce il reato di clandestinità, senza fornire in cambio un trattamento "europeo", cioè dignitoso, agli aventi diritto. Al contrario, non solo i medici ma tutti i cittadini che lo vogliano sono sollecitati a una partecipazione volontaria - con le ronde - nel setaccio territoriale degli irregolari. Poco importa se abbiano varcato la frontiera con un visto poi scaduto, o se siano vittime della nostra inadempienza burocratica: tutti clandestini. E guai ai senza fissa dimora, agli abitanti delle baraccopoli, ai minori emarginati, tutte categorie minacciose da contenere mediante pubblica schedatura. La débacle della politica democratica, consumatasi nella resa alla paura di un' invasione criminale, ha già da tempo ridotto le scelte sull' immigrazione a false categorie primitive: noi e loro; buoni (sti) e cattivi. Giungono così tardive e inefficaci le proteste del Pd, le resipiscenze di settori moderati del Pdl; oggi travolti insieme dalla vittoriosa cavalcata leghista perché a suo tempo rinunciarono alla necessaria contrapposizione di valori civili e religiosi. Con la solita, vile motivazione confidata sottovoce: il popolo non ci capirebbe, la sicurezza è un bisogno dei più deboli. Il progressivo cedimento culturale alla xenofobia, lo slittamento semantico verso il linguaggio della pura forza, produce ora una novità imprevista dagli stessi leader leghisti. Perché è vero che in tutti i governi, di destra e di sinistra, al ministro dell' Interno tocca sempre il ruolo del duro, del "cattivo". Ma solo nell' Italia del 2009 un ministro come Maroni si ritrova ad assumere la funzione politica di capo dei cattivi. Cioè di un movimento d' opinione che, facendo leva su diffusi istinti popolari, teorizza la disuguaglianza dei diritti come difesa della nazione. Ormai chi fa politica si ritrova mutilato perfino nel vocabolario. Davanti a una telecamera sarebbe controproducente esprimere disagio per la dimensione umana degli sbarchi a Lampedusa, l' eccidio quotidiano, la tragedia di una nuova frontiera epocale. Quelli lì non ce li possiamo permettere, punto e basta. Paghiamo la Libia purché li rinchiuda in lager lontani dalla nostra vista. I difensori della vita recano inutili pagnotte e bottiglie d' acqua al capezzale di Eluana Englaro, non tra i naufraghi africani, essendo anche la bontà ridotta a ideologia. E' questo formidabile capovolgimento della realtà che consente di presentare il decreto sicurezza come la fine di una inesistente cuccagna: la bieca favola di un' Italia permissiva, paese del bengodi per gli stranieri. Dunque non si illudano, gli immigrati residenti sul nostro territorio. Come insegnano perfino gli operai inglesi, nella crisi bisognerà riservare il sostegno pubblico ai nativi. E pazienza se anche "loro" pagano le tasse: sono paria destinati a un' eterna condizione provvisoria, subalterna. Costretto dai suoi stessi, insperati successi a premere sull' acceleratore della separazione fra aventi e non aventi diritti, ben presto il ministro dei cattivi sarà chiamato a spiegare come intenda regolarsi con i circa 800 mila cittadini stranieri privi di documento regolare che risiedono sul nostro territorio. Persone che vivono nelle nostre case, lavorano al nostro servizio, vengono ospitate nelle strutture sociali, sono curate dal servizio sanitario, bambini che frequentano la scuola primaria. Nell' ottobre scorso Maroni ha reso noto un incremento del 28,1% delle espulsioni (percentuale su cui fare la tara, visto che il 2007 segnò l' ingresso di Romania e Bulgaria nell' Ue). Con ciò, la cifra è salita a 6553 espatriati. Stiamo parlando di circa 2 espulsi ogni 100 irregolari. Vogliamo ipotizzare che il ministro dei cattivi riesca a raddoppiare, triplicare tale cifra nei prossimi anni? Difficile, ma ammettiamo che sia possibile. Cosa ne faremo del restante 90% e passa di irregolari che continueranno a vivere in Italia? Tutti gli altri paesi mirano a regolarizzarli, per ovvi motivi di civiltà, convenienza economica, ordine pubblico. E noi? Temo che queste domande resteranno a lungo senza risposta. Ma nel frattempo è facile intuire quale possa essere la percezione di quattro milioni di stranieri residenti in Italia, posti di fronte a un decreto sicurezza architettato come percorso minato, a rendere sempre più complicata la loro integrazione. Una destra sottomessa alla Lega sta facendo di tutto per farli sentire ospiti indesiderati, cittadini di serie B destinati al lavoro ma esclusi da un futuro di pari opportunità. Subiscono la beffa di chi li addita come tenutari di privilegi. Le istituzioni non sanzionano i mass media che diffondono il pregiudizio e l' ostilità nei loro confronti, anche perché spesso sono di proprietà del capo del governo. Il clima è propizio a sempre nuovi soprusi nei rapporti di lavoro, nell' erogazione di servizi, nell' affitto di case. Ci troviamo così a un bivio. O i cittadini stranieri riusciranno a dare vita a una tutela democratica dei loro diritti - nella quasi totale latitanza di una politica timorosa di rappresentarli e coinvolgerli - oppure chineranno il capo lasciando i loro figli preda di leadership radicali e integraliste. L' Italia non ha niente da guadagnare dallo sventolio dei fazzoletti verdi sulla faccia di milioni di persone con cui è destinata a convivere. Non ci troviamo nella condizione di chi ha ottemperato ai suoi impegni e perciò attende che il contraente si adegui. Con il combustibile delle appartenenze incivili, ronda contro branco, la Lega ha già incenerito la nozione di cittadinanza universale, ma ora si appresta a bruciare l' idea che le minoranze abbiano dei diritti. -
GAD LERNER ( La Repubblica 08/02/2009)
Segnalato da Umberto Montin
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lunedì 2 febbraio 2009
Il nemico straniero in fabbrica

La protesta esplosa in Gran Bretagna contro l' arrivo di 300 lavoratori italiani impiegati nella costruzione di una raffineria è inquietante ma, al tempo stesso, istruttiva. Serve, infatti, a mettere in luce - e a nudo - alcuni effetti della trasformazione globale e sociale, in tempi di crisi. A partire da un aspetto che si tende a svalutare o a leggere con le lenti dell' ideologia.Ogni mutamento demografico e sociale improvviso nel mondo locale e nella vita quotidiana suscita reazioni. Si tratti di flussi di emigranti di ingenti dimensioni, spinti dalla miseria e dalla paura; oppure di gruppi di lavoratori di entità limitata e con compiti definiti, non importa: appaiono, comunque, stranieri. Entrano "a casa nostra". Interferiscono con le nostre abitudini, le nostre regole, i nostri equilibri. Incrinano le nostre certezze. Questa considerazione non vale solo per l' Italia, che ha conosciuto solo da pochi anni il fenomeno dell' immigrazione, dopo essere stata per un secolo paese di grandi emigrazioni. Come mostrano le indagini internazionali, l' immigrazione - ogni immigrazione, anche temporanea, anche di ridotte proporzioni - agisce come una sorta di "diagnostica" del sentimento sociale e del modello istituzionale. Dovunque. Ne mette, cioè, in evidenza i limiti, le tensioni. Per cui, in Gran Bretagna, paese multietnico e multiculturale di tradizione lunga e consolidata, l' immigrazione solleva un allarme sociale molto limitato dal punto di vista dell' identità e della sicurezza. Mentre genera ansia per gli effetti sul lavoro e sulla disoccupazione. Basta osservare i dati dell' indagine europea, condotta (da un decennio) da Demos per Intesasanpaolo. Quasi una persona su due, in GB, considera gli immigrati "una minaccia per l' occupazione". Il dato più elevato fra i paesi occidentali della Ue; superato largamente da quelli dell' Europa centro-orientale: Cekia, Polonia, Ungheria (ma non Romania). Dove il lavoro "manuale" è vissuto come risorsa scarsa e a rischio. La protesta dei lavoratori inglesi (nel Nord, l' area economicamente più debole del paese) non deve, quindi, sorprendere. Ma allarmarci sì. Perché dimostra come la crisi stia drammatizzando la paura. Al punto da trasformare 300 lavoratori italiani in un contingente di "nemici". Peraltro, in Italia il colore della paura sollevato dagli immigrati, fino a ieri, è apparso diverso. Segnato dall' insicurezza. Ancora un anno fa, il 50% degli italiani ritenevano l' immigrazione un problema per l' ordine pubblico. Una fonte di preoccupazione per la sicurezza personale e domestica. Soprattutto nelle regioni del Nord e nel Nordest. Dove, invece, gli immigrati non hanno mai generato particolari timori per l' occupazione. D' altra parte, si tratta di aree ad altissimo sviluppo, con tassi di disoccupazione molto bassi. La struttura produttiva, imperniata su piccole e piccolissime imprese manifatturiere, si è allargata, negli ultimi anni, solo grazie al lavoro degli immigrati, occupati nelle mansioni più faticose e meno remunerate. Progressivamente abbandonate dagli italiani e soprattutto dai giovani. Così la presenza degli stranieri è stata accolta come una "necessità" per lo sviluppo, ma, al tempo stesso, come un "problema" di sicurezza. Gli stranieri: utili, anzi utensili. Da restituire ai proprietari - i paesi d' origine - dopo l' uso. Molto presto, possibilmente. Fino a ieri, però. Perché da qualche tempo il clima d' opinione è cambiato anche in Italia. Anche nel Nord. Anche nel Nordest. L' abbiamo già segnalato altre volte, nei mesi scorsi. In poco tempo la quota di italiani che considera gli immigrati una minaccia per l' ordine pubblico e per la sicurezza dei cittadini è caduta: dal 53% al 35% (Demos-Unipolis, novembre 2008). Una componente ampia, ma molto più ridotta rispetto all' anno precedente. A causa della fine della guerra elettorale, amplificata dai media. Visto che lo spazio attribuito alla criminalità comune e alle illegalità commesse dagli immigrati si è ridotto notevolmente, nell' informazione tivù (come ha messo in luce un' indagine dell' Osservatorio di Pavia). Tuttavia, l' allentarsi della leva politica e mediatica non è l' unica spiegazione di questo cambiamento d' umore. Molto ha pesato, al proposito, la crisi economica e finanziaria internazionale, che ha colpito anche l' Italia. Tanto che 1 persona su 10 oggi (dicembre 2008) sostiene che qualcuno, nella sua famiglia, ha perduto il lavoro oppure è in cassa integrazione. E oltre metà degli italiani afferma che la crisi in atto ha peggiorato la sua condizione e il suo stato d' animo. La crisi. Ha cambiato in fretta gli italiani. Ne ha modificato comportamenti, atteggiamenti, stili di vita. I sentimenti. Così, rispetto a ieri, gli immigrati sono percepiti meno come una minaccia alla persona, alla proprietà, al domicilio. E assai di più: al lavoro, all' occupazione. Si tratta di una tendenza che comincia a divenire evidente nei sondaggi. Anche se non appare ancora lacerante. Lo potrebbe divenire se le - diffuse e crescenti - difficoltà che attraversano il sistema industriale nel Nord si drammatizzassero ulteriormente. Se, d' altra parte, gli immigrati "pretendessero" di entrare nel mercato del lavoro più qualificato, senza rassegnarsi alle mansioni più povere e marginali. D' altra parte, qualche sofferenza, al proposito, è rivelata dalla proposta leghista di una imporre una fideiussione agli immigrati che intendano avviare attività imprenditoriali. Quasi un messaggio protezionista rivolto al popolo delle partite Iva del Nord, base elettorale della Lega. La "rivolta" inglese contro i lavoratori italiani, per questo, risulta esemplare e, a modo suo, educativa. Rammenta che la storia non è scritta una volta per tutte, ma può ripetersi. Anche se non si presenta mai uguale a prima. Semmai, con segno contrario. I romeni, gli albanesi e i marocchini potrebbero, quindi, cambiare immagine ai nostri occhi. Non più violentatori, ladri e spacciatori (potenziali). Ma, piuttosto, concorrenti (reali) sul mercato del lavoro. Non più specchio dell' inquietudine post-materialista, tipica di una società del benessere. Ma delle angosce prodotte da timori "materiali", tipici di una società del malessere (economico). Il reddito e la disoccupazione. Lo stesso, d' altra parte, sta capitando - è capitato - anche a noi. Accolti, fuori dai nostri confini, con diffidenza e ostilità. Come in passato. Ma per motivi opposti. Ieri, ci temevano perché eravamo emigranti poveri, senza lavoro. Oltreoceano. (I poveri fanno sempre paura). Oggi, invece, oltremanica, temono gli italiani perché li considerano "ladri di lavoro".
ILVO DIAMANTI - LA REPUBBLICA 01/02/2009
Contributo inviato da Gianni Stroppa
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