martedì 10 febbraio 2009

Mai più


Spero che non succeda mai più. Che non succeda mai più che nel nostro Paese una persona debba morire di fame e di sete. Come molti - in questa vicenda in cui il dolore dovrebbe zittire speculazioni tanto urlate quanto stonate, strumentalizzazioni politiche, deliranti attacchi alla Costituzione e sciaccallaggi vari - personalmente mi sento frastornato e smarrito, ma penso anche che sia necessario riprendere il filo della ragione.
Iniziando dal respingere tutte le voci che interpretano la morte di Eluana per eutanasia (perché di questo si tratta, anche se autorizzata da un tribunale, pur in mancanza di una legge) come il venir meno del valore della vita come ‘bene indisponibile’.

C’è chi in queste ore ha applaudito all’annuncio della morte, chi ha sottolineato che questa morte segnerebbe un cambio di civiltà in grado di mutare una volta per tutte il valore della vita in sé.
E che a questo si sostituirebbe un nuovo valore, quello della qualità della vita.
Sono espressioni inaccettabili, frutto di un ‘ trasversale partito dell’eutanasia’ che va contrastato con le armi della ragione, della cultura, dell’educazione e dei valori.

Pur nella confusione di questi momenti, è necessario affermare l’amore per la vita e saper distinguere fra quanti si battono per la sua tutela e quanti, invece, cercano la scorciatoia della morte per fame e per sete per affermare il principio illuministico dell’autodeterminazione assoluta.
Spero che a questo punto cali finalmente il silenzio su una dolorosa vicenda umana che ha toccato innanzitutto Eluana e la famiglia Englaro in un calvario durato 17 lunghi anni.
Si abbassino i riflettori, si chiudano i microfoni, si eviti la tentazione di trasformare “ il caso Eluana” in una sorta di icona “ testimonial” del partito dell’eutanasia.

E il Parlamento si metta a lavorare con coscienza, nel confronto leale delle diverse ideologie, non a una norma sull’eutanasia, ma ad una legge sul fine vita, che sia rispettosa innanzitutto della persona umana, anche nella sua fase terminale.
Perché è pur sempre della vita di una persona che si sta parlando.


Alberto Ferrari

Quelle minoranze senza diritti


«è un lungo applauso, accompagnato da uno sventolio di fazzoletti verdi, quello che accoglie il voto finale al provvedimento sulla sicurezza», riferisce la cronaca dal Senato del quotidiano La Padania. Gli spavaldi portavoce leghisti, con quel fazzoletto-distintivo bene in vista nel taschino, lanciano attraverso i telegiornali la buona novella della padronanza recuperata sul "nostro" territorio. Basta col lassismo. Mantenuta la promessa elettorale. E' finita la cuccagna. Ma quale cuccagna? Troviamo la risposta sempre sul giornale padano, nel titolone sarcastico del giorno prima. "Bossi: ormai i clandestini siamo noi. Al Pronto Soccorso noi diamo le generalità, loro sono esenti". Falso, ma funziona. E' la narrazione di una maggioranza di cittadini perbene oppressa da una minoranza straniera pretenziosa di vivere a spese nostre, esente da vincoli. La fotografia di un' Italia a rovescio, dove l' immigrato la fa da padrone e assoggetta il nativo. Con sapienza propagandistica la Lega esibisce come innocenti i suoi emendamenti. Ma come, di ciascuno si può dire che è vigente nella legislazione di un altro Paese europeo. In effetti, cogliendo fior da fiore, la nuova normativa introduce d' un colpo tutte le regole più severe che altrove, ma non in Italia, vengono abbinate a percorsi certi e codificati di regolarizzazione. Per esempio viene resa più onerosa la tassa sul permesso di soggiorno (oggi di 72 euro) senza ovviare alle lungaggini per cui, quasi sempre, esso viene rilasciato quando ne è ormai prossima la scadenza. Si complica la procedura con test e punteggi, si disincentivano i ricongiungimenti familiari, s' introduce il reato di clandestinità, senza fornire in cambio un trattamento "europeo", cioè dignitoso, agli aventi diritto. Al contrario, non solo i medici ma tutti i cittadini che lo vogliano sono sollecitati a una partecipazione volontaria - con le ronde - nel setaccio territoriale degli irregolari. Poco importa se abbiano varcato la frontiera con un visto poi scaduto, o se siano vittime della nostra inadempienza burocratica: tutti clandestini. E guai ai senza fissa dimora, agli abitanti delle baraccopoli, ai minori emarginati, tutte categorie minacciose da contenere mediante pubblica schedatura. La débacle della politica democratica, consumatasi nella resa alla paura di un' invasione criminale, ha già da tempo ridotto le scelte sull' immigrazione a false categorie primitive: noi e loro; buoni (sti) e cattivi. Giungono così tardive e inefficaci le proteste del Pd, le resipiscenze di settori moderati del Pdl; oggi travolti insieme dalla vittoriosa cavalcata leghista perché a suo tempo rinunciarono alla necessaria contrapposizione di valori civili e religiosi. Con la solita, vile motivazione confidata sottovoce: il popolo non ci capirebbe, la sicurezza è un bisogno dei più deboli. Il progressivo cedimento culturale alla xenofobia, lo slittamento semantico verso il linguaggio della pura forza, produce ora una novità imprevista dagli stessi leader leghisti. Perché è vero che in tutti i governi, di destra e di sinistra, al ministro dell' Interno tocca sempre il ruolo del duro, del "cattivo". Ma solo nell' Italia del 2009 un ministro come Maroni si ritrova ad assumere la funzione politica di capo dei cattivi. Cioè di un movimento d' opinione che, facendo leva su diffusi istinti popolari, teorizza la disuguaglianza dei diritti come difesa della nazione. Ormai chi fa politica si ritrova mutilato perfino nel vocabolario. Davanti a una telecamera sarebbe controproducente esprimere disagio per la dimensione umana degli sbarchi a Lampedusa, l' eccidio quotidiano, la tragedia di una nuova frontiera epocale. Quelli lì non ce li possiamo permettere, punto e basta. Paghiamo la Libia purché li rinchiuda in lager lontani dalla nostra vista. I difensori della vita recano inutili pagnotte e bottiglie d' acqua al capezzale di Eluana Englaro, non tra i naufraghi africani, essendo anche la bontà ridotta a ideologia. E' questo formidabile capovolgimento della realtà che consente di presentare il decreto sicurezza come la fine di una inesistente cuccagna: la bieca favola di un' Italia permissiva, paese del bengodi per gli stranieri. Dunque non si illudano, gli immigrati residenti sul nostro territorio. Come insegnano perfino gli operai inglesi, nella crisi bisognerà riservare il sostegno pubblico ai nativi. E pazienza se anche "loro" pagano le tasse: sono paria destinati a un' eterna condizione provvisoria, subalterna. Costretto dai suoi stessi, insperati successi a premere sull' acceleratore della separazione fra aventi e non aventi diritti, ben presto il ministro dei cattivi sarà chiamato a spiegare come intenda regolarsi con i circa 800 mila cittadini stranieri privi di documento regolare che risiedono sul nostro territorio. Persone che vivono nelle nostre case, lavorano al nostro servizio, vengono ospitate nelle strutture sociali, sono curate dal servizio sanitario, bambini che frequentano la scuola primaria. Nell' ottobre scorso Maroni ha reso noto un incremento del 28,1% delle espulsioni (percentuale su cui fare la tara, visto che il 2007 segnò l' ingresso di Romania e Bulgaria nell' Ue). Con ciò, la cifra è salita a 6553 espatriati. Stiamo parlando di circa 2 espulsi ogni 100 irregolari. Vogliamo ipotizzare che il ministro dei cattivi riesca a raddoppiare, triplicare tale cifra nei prossimi anni? Difficile, ma ammettiamo che sia possibile. Cosa ne faremo del restante 90% e passa di irregolari che continueranno a vivere in Italia? Tutti gli altri paesi mirano a regolarizzarli, per ovvi motivi di civiltà, convenienza economica, ordine pubblico. E noi? Temo che queste domande resteranno a lungo senza risposta. Ma nel frattempo è facile intuire quale possa essere la percezione di quattro milioni di stranieri residenti in Italia, posti di fronte a un decreto sicurezza architettato come percorso minato, a rendere sempre più complicata la loro integrazione. Una destra sottomessa alla Lega sta facendo di tutto per farli sentire ospiti indesiderati, cittadini di serie B destinati al lavoro ma esclusi da un futuro di pari opportunità. Subiscono la beffa di chi li addita come tenutari di privilegi. Le istituzioni non sanzionano i mass media che diffondono il pregiudizio e l' ostilità nei loro confronti, anche perché spesso sono di proprietà del capo del governo. Il clima è propizio a sempre nuovi soprusi nei rapporti di lavoro, nell' erogazione di servizi, nell' affitto di case. Ci troviamo così a un bivio. O i cittadini stranieri riusciranno a dare vita a una tutela democratica dei loro diritti - nella quasi totale latitanza di una politica timorosa di rappresentarli e coinvolgerli - oppure chineranno il capo lasciando i loro figli preda di leadership radicali e integraliste. L' Italia non ha niente da guadagnare dallo sventolio dei fazzoletti verdi sulla faccia di milioni di persone con cui è destinata a convivere. Non ci troviamo nella condizione di chi ha ottemperato ai suoi impegni e perciò attende che il contraente si adegui. Con il combustibile delle appartenenze incivili, ronda contro branco, la Lega ha già incenerito la nozione di cittadinanza universale, ma ora si appresta a bruciare l' idea che le minoranze abbiano dei diritti. -

GAD LERNER ( La Repubblica 08/02/2009)
Segnalato da Umberto Montin

sabato 7 febbraio 2009

Senso di responsabilità, questo sconosciuto…


Dal consiglio comunale del 22 Dicembre 2008, quello ormai consegnato alle cronache come il consiglio “del contro-ribaltone” è passato un mese e mezzo.
Quel giorno ero lì, in aula tra il pubblico, a constatare l’effettiva disgregazione di quella maggioranza strampalata ed incerottata uscita dai già imbarazzanti avvenimenti del febbraio 2007.
Di fatto, con le dichiarazioni di Boldrin e Fogagnolo e la comparsa di Tomì fra i banchi dell’opposizione, Meneghin vedeva crollare la raffazzonata coalizione che l’aveva fino a quella sera sostenuto, ritrovandosi ufficiosamente in minoranza.
Tanto da ventilare fin da subito delle amare (ed amareggiate) dimissioni.

Nelle giornate successive ( ma, a dire il vero, già da quella sera stessa) si sono succedute riunioni, incontri e faccia a faccia più o meno segreti fra capigruppo ed esponenti di spicco (anche a livello provinciale) delle varie forze politiche componenti la ex-maggioranza in un clima, a quanto si apprende dalla stampa, piuttosto teso.

Scopo di tutto questo andirivieni: ricomporre i cocci e trascinarsi fino alla fine del mandato in primavera.

E fin qui, anche se a fatica, il discorso può risultare accettabile. Non si può vietare al sindaco di cercare una mediazione per ricostruire la sbilenca struttura che lo ha sorretto fino ad ora. La stessa opposizione di FI (marangoniani) aveva avanzato questa richiesta: o il sindaco si presenta con una maggioranza in consiglio oppure deve dimettersi.
Certo è che, dal punto di vista etico e morale, subire un ribaltone prima ed un contro ribaltone poi, dovrebbe essere uno schiaffo già abbastanza violento da indurre Meneghin e tutta la giunta a fare un passo indietro e rassegnare le dimissioni seduta stante.

Inoltre le dichiarazioni di Boldrin , confermate dalle recenti dimissioni di Mauro Usini da presidente del consiglio, e le dure parole espresse da Silvia Veronese, a pochi giorni dalle sue stesse dimissioni da assessore alla cultura (Gazzettino 06/02/2009), rimbombano nell’aria come tuoni e sono un pesante atto d’accusa a cui il sindaco e la sua “giunta di minoranza” hanno però reagito facendo “spallucce”. Eppure le accuse degli ex-alleati sono di una gravità estrema e non arrivano dall’ “opposizione”, bensì da chi fino al dicembre scorso partecipava alle decisioni della maggioranza.

Il silenzio dell’amministrazione è inaccettabile e da adito a dubbi. Dubbi che le affermazioni di Boldrin e Veronese siano semplicemente veritiere (e molti fatti avallano questa tesi…)
Ma tutto questo sembra non importare a Meneghin ed ai suoi fedeli, occupati ad un febbrile lavoro di ricucitura pur di rimanere in sella fino alla scadenza naturale del mandato

La cosa che risulta oltremodo insopportabile, in ogni caso, non è di per sé il fatto di voler a tutti i costi rattoppare la coperta.
Inaccettabile è la motivazione ed il fine per il quale si vuole arrivare a questa contorsionistica conclusione.
Motivazione che traspare con chiarezza dalle affermazioni consegnate alla stampa in questi giorni dall’ On. Bellotti, presidente provinciale di AN (Il Resto del Carlino 12/01/2009) e dalle indiscrezioni emerse dopo l’incontro fra l’assessore di FI Renzo Marangon e lo stesso Bellotti (Il Resto del Carlino 03/02/2009) i veri registi occulti dell’operazione “taglia e cuci”.

Dalle dichiarazioni si evince di come a Badia si voglia tenere a tutti i costi in piedi la baracca non per un vago senso di responsabilità o di machiavellica ragion di stato (il senso di responsabilità di questa amministrazione è morto nel ribaltone del febbraio 2007), bensì per evitare una figuraccia devastante al centro-destra ed al nascente Pdl.

Pur di evitare l’onta del commissariamento, che di per se sarebbe un toccasana per il comune di Badia e le casse comunali (vista la manifesta incompetenza di taluni assessori; perlomeno la normale amministrazione verrebbe ridotta al minimo e verrebbero congelate le iniziative di spesa ulteriori) si decide quindi di venir meno al principio secondo il quale prima viene l’interesse della cittadinanza e poi quello personale e di partito.

Una lugubre messinscena per salvare la faccia in vista delle prossime elezioni amministrative, una farsa reiterata che risulta ancora una volta irresponsabile e deleteria per tutta la comunità badiese gettata in faccia ai cittadini con svergognata sfrontatezza. Che si augura arrivi il Commissario Prefettizio, seppur in ritardo di due anni.

Stiamo perciò aspettando se gli strali di Marangon quando chiamava la giunta badiese, nei giorni seguenti il ribaltone di febbraio, “i furbetti del comunello” lanciando minacce ed anatemi: “quello che hanno fatto scatenerà tutte le ripercussioni possibili…” (gazzettino 09/02/2007 e RdC 21/02/2007) avranno effettiva efficacia .

Anche perché risulterebbe incomprensibile alla gente comune la riproposizione di un ennesimo "salvifico" rimpasto da parte di un gruppo consiliare che per molti consigli comunali ha “fustigato” il sindaco .

Non si capisce perciò come sia stato e sarà possibile ricercare l’aiuto dei consiglieri “ripudiati” e messi all’opposizione

Le domande sorgono spontanee : tutto si spiega con il solo attaccamento alla comoda poltrona? Come si può calpestare il bene della comunità per fini esclusivamente elettoralistici, piuttosto che assumersi le proprie responsabilità e farsi da parte riconoscendo i propri errori e la propria inadeguatezza?


Le risposte mi sembrano chiare: a due anni dal ribaltone, ad un mese e mezzo dal contro-ribaltone resto incredulo nel vedere sempre gli stessi attori abbarbicati alle sedie non per coerenza, non per senso di responsabilità verso la comunità, nemmeno per orgoglio, ma solo per mero calcolo politico e personale gettando ancora una volta tutto il peso dei propri interessi su una comunità, quella di Badia Polesine, che merita certamente di essere rappresentata da uomini migliori.


Sarzi Davide (membro del Coordinamento del Circolo PD di Badia Polesine)

lunedì 2 febbraio 2009

Il nemico straniero in fabbrica


La protesta esplosa in Gran Bretagna contro l' arrivo di 300 lavoratori italiani impiegati nella costruzione di una raffineria è inquietante ma, al tempo stesso, istruttiva. Serve, infatti, a mettere in luce - e a nudo - alcuni effetti della trasformazione globale e sociale, in tempi di crisi. A partire da un aspetto che si tende a svalutare o a leggere con le lenti dell' ideologia.Ogni mutamento demografico e sociale improvviso nel mondo locale e nella vita quotidiana suscita reazioni. Si tratti di flussi di emigranti di ingenti dimensioni, spinti dalla miseria e dalla paura; oppure di gruppi di lavoratori di entità limitata e con compiti definiti, non importa: appaiono, comunque, stranieri. Entrano "a casa nostra". Interferiscono con le nostre abitudini, le nostre regole, i nostri equilibri. Incrinano le nostre certezze. Questa considerazione non vale solo per l' Italia, che ha conosciuto solo da pochi anni il fenomeno dell' immigrazione, dopo essere stata per un secolo paese di grandi emigrazioni. Come mostrano le indagini internazionali, l' immigrazione - ogni immigrazione, anche temporanea, anche di ridotte proporzioni - agisce come una sorta di "diagnostica" del sentimento sociale e del modello istituzionale. Dovunque. Ne mette, cioè, in evidenza i limiti, le tensioni. Per cui, in Gran Bretagna, paese multietnico e multiculturale di tradizione lunga e consolidata, l' immigrazione solleva un allarme sociale molto limitato dal punto di vista dell' identità e della sicurezza. Mentre genera ansia per gli effetti sul lavoro e sulla disoccupazione. Basta osservare i dati dell' indagine europea, condotta (da un decennio) da Demos per Intesasanpaolo. Quasi una persona su due, in GB, considera gli immigrati "una minaccia per l' occupazione". Il dato più elevato fra i paesi occidentali della Ue; superato largamente da quelli dell' Europa centro-orientale: Cekia, Polonia, Ungheria (ma non Romania). Dove il lavoro "manuale" è vissuto come risorsa scarsa e a rischio. La protesta dei lavoratori inglesi (nel Nord, l' area economicamente più debole del paese) non deve, quindi, sorprendere. Ma allarmarci sì. Perché dimostra come la crisi stia drammatizzando la paura. Al punto da trasformare 300 lavoratori italiani in un contingente di "nemici". Peraltro, in Italia il colore della paura sollevato dagli immigrati, fino a ieri, è apparso diverso. Segnato dall' insicurezza. Ancora un anno fa, il 50% degli italiani ritenevano l' immigrazione un problema per l' ordine pubblico. Una fonte di preoccupazione per la sicurezza personale e domestica. Soprattutto nelle regioni del Nord e nel Nordest. Dove, invece, gli immigrati non hanno mai generato particolari timori per l' occupazione. D' altra parte, si tratta di aree ad altissimo sviluppo, con tassi di disoccupazione molto bassi. La struttura produttiva, imperniata su piccole e piccolissime imprese manifatturiere, si è allargata, negli ultimi anni, solo grazie al lavoro degli immigrati, occupati nelle mansioni più faticose e meno remunerate. Progressivamente abbandonate dagli italiani e soprattutto dai giovani. Così la presenza degli stranieri è stata accolta come una "necessità" per lo sviluppo, ma, al tempo stesso, come un "problema" di sicurezza. Gli stranieri: utili, anzi utensili. Da restituire ai proprietari - i paesi d' origine - dopo l' uso. Molto presto, possibilmente. Fino a ieri, però. Perché da qualche tempo il clima d' opinione è cambiato anche in Italia. Anche nel Nord. Anche nel Nordest. L' abbiamo già segnalato altre volte, nei mesi scorsi. In poco tempo la quota di italiani che considera gli immigrati una minaccia per l' ordine pubblico e per la sicurezza dei cittadini è caduta: dal 53% al 35% (Demos-Unipolis, novembre 2008). Una componente ampia, ma molto più ridotta rispetto all' anno precedente. A causa della fine della guerra elettorale, amplificata dai media. Visto che lo spazio attribuito alla criminalità comune e alle illegalità commesse dagli immigrati si è ridotto notevolmente, nell' informazione tivù (come ha messo in luce un' indagine dell' Osservatorio di Pavia). Tuttavia, l' allentarsi della leva politica e mediatica non è l' unica spiegazione di questo cambiamento d' umore. Molto ha pesato, al proposito, la crisi economica e finanziaria internazionale, che ha colpito anche l' Italia. Tanto che 1 persona su 10 oggi (dicembre 2008) sostiene che qualcuno, nella sua famiglia, ha perduto il lavoro oppure è in cassa integrazione. E oltre metà degli italiani afferma che la crisi in atto ha peggiorato la sua condizione e il suo stato d' animo. La crisi. Ha cambiato in fretta gli italiani. Ne ha modificato comportamenti, atteggiamenti, stili di vita. I sentimenti. Così, rispetto a ieri, gli immigrati sono percepiti meno come una minaccia alla persona, alla proprietà, al domicilio. E assai di più: al lavoro, all' occupazione. Si tratta di una tendenza che comincia a divenire evidente nei sondaggi. Anche se non appare ancora lacerante. Lo potrebbe divenire se le - diffuse e crescenti - difficoltà che attraversano il sistema industriale nel Nord si drammatizzassero ulteriormente. Se, d' altra parte, gli immigrati "pretendessero" di entrare nel mercato del lavoro più qualificato, senza rassegnarsi alle mansioni più povere e marginali. D' altra parte, qualche sofferenza, al proposito, è rivelata dalla proposta leghista di una imporre una fideiussione agli immigrati che intendano avviare attività imprenditoriali. Quasi un messaggio protezionista rivolto al popolo delle partite Iva del Nord, base elettorale della Lega. La "rivolta" inglese contro i lavoratori italiani, per questo, risulta esemplare e, a modo suo, educativa. Rammenta che la storia non è scritta una volta per tutte, ma può ripetersi. Anche se non si presenta mai uguale a prima. Semmai, con segno contrario. I romeni, gli albanesi e i marocchini potrebbero, quindi, cambiare immagine ai nostri occhi. Non più violentatori, ladri e spacciatori (potenziali). Ma, piuttosto, concorrenti (reali) sul mercato del lavoro. Non più specchio dell' inquietudine post-materialista, tipica di una società del benessere. Ma delle angosce prodotte da timori "materiali", tipici di una società del malessere (economico). Il reddito e la disoccupazione. Lo stesso, d' altra parte, sta capitando - è capitato - anche a noi. Accolti, fuori dai nostri confini, con diffidenza e ostilità. Come in passato. Ma per motivi opposti. Ieri, ci temevano perché eravamo emigranti poveri, senza lavoro. Oltreoceano. (I poveri fanno sempre paura). Oggi, invece, oltremanica, temono gli italiani perché li considerano "ladri di lavoro".


ILVO DIAMANTI - LA REPUBBLICA 01/02/2009

Contributo inviato da Gianni Stroppa

venerdì 16 gennaio 2009

IL NORD TRADITO DAI NORDISTI


Il grande vincitore delle elezioni dell' aprile scorso è stata la Lega Nord. Oggi il suo elettorato si sente tradito. Basta "sfogliare" virtualmente i giornali on-line del varesotto per rendersene conto. «Un anno fa, eravamo venuti da tutta la Padania a Malpensa; faceva un freddo cane; per protestare contro il progetto Prodi che voleva vendere Alitalia ad Air France». «Poi è venuto Berlusconi, è venuta la cordata, è venuta la Cai, è venuta l' alleanza con Air France e sono rimasti pochissimi voli su Malpensa. Quanto freddo abbiamo patito, in cambio di una beffa». I toni utilizzati dal sindaco di Milano Letizia Moratti nel commentare in televisione l' epilogo della vicenda Cai non sono stati molto più teneri nei confronti dell' attuale governo. Il fatto è che le beffe per il Nord vanno ben oltre Malpensa. Sono i 140 milioni per salvare Catania e altre amministrazioni fallimentari al Sud, l' esclusione di Roma dal Patto di Stabilità Interno (come dire che non avrà vincolo di bilancio), il commissariamento prima e poi il blocco dei fondi per l' Expo a Milano. Per non parlare poi del continuo rinvio e annacquamento del federalismo, di un governo che non riesce a non far crescere la pressione fiscale e che taglia solo la spesa per investimenti, come certificato in questi giorni dall' Istat. Il Nord rischia di sentirsi ancora di più abbandonato nei mesi a venire. È qui che durante le recessioni aumenta di più la disoccupazione. Nel Mezzogiorno c' è più impiego pubblico e quando l' economia va male cala la partecipazione al mercato del lavoro e addirittura diminuisce la disoccupazione, come nel 1992 e nel 1993. Questa poi è una recessione globale, in cui soffrono soprattutto le imprese esportatrici, concentrate al Nord. Ne abbiamo già le avvisaglie. Le ore di cassa integrazione sono aumentate del doppio nel Nord rispetto alle altre parti del Paese. E preludono a licenziamenti. Una maggioranza che non riesce a decidere che cosa fare di fronte alla crisi, che non ha voluto rivedere la sua politica economica alla luce della recessione, è perciò destinata a vivere al suo interno una lacerante questione settentrionale. È infatti paradossale che il Nord oggi si senta penalizzato. In questi anni ha acquistato maggiore peso economico. La sua popolazione è aumentata, negli ultimi 15 anni, cinque volte più che al Sud. In tutto questo tempo il Nord ha anche avuto un sindacato, la Lega, il che avrebbe dovuto, sulla carta, fare aumentare il suo potere contrattuale. Il Carroccio non si fa problemi a chiedere di più per i propri territori e meno per gli altri. Nel programma della Lega si parla delle infrastrutture al Sud come qualcosa che potrà essere attuato solo dopo la Tav e le altre grandi opere del Nord, E, inoltre, senza soldi pubblici. Come dire, mai. Ma forse è proprio qui il problema. Un sindacato del territorio non riesce a trovare una sintesi, si perde in mille battaglie localistiche. Non riesce neanche a mettersi d' accordo tra Malpensa e Linate. Il pragmatismo settentrionale si trasforma così nell' indecisionismo padano di un Roberto Cota, capogruppo della Lega alla Camera, che sostiene sia possibile avere due grandi aeroporti internazionali, uno a Malpensa, l' altro a Linate. E magari uno anche a Orio al Serio. Sono molti gli indicatori che ci dicono come al Nord ci sia più capitale sociale che al Sud, più senso civico e attenzione alle esternalità, alle risorse che fanno il bene comune. Ci sono molte più persone che donano il sangue, un gesto altruistico, c' è più fiducia negli altri, più partecipazione elettorale e più associazionismo. C' è anche più informazione. Questo vuol dire elettori più attenti e, dunque, potenzialmente una migliore selezione della classe politica. Le elezioni europee possono offrire un' occasione importante per una classe dirigente del Nord. Cambiano necessariamente la scala su cui confrontarsi. La recessione globale, come pure la globalizzazione e l' immigrazione, non possono essere gestite e governate nelle piccole comunità. L' Europa oggi ci consente di utilizzare le risorse del Fondo Sociale Europeo e del Fondo per la Globalizzazione per migliorare i nostri ammortizzatori sociali. Sono invece molti i politici del Nord che si battono per tenere questi soldi immobilizzati sui loro territori per poi spenderli male, in tanti corsi di formazione di dubbia efficacia. È la stessa logica che porta a rifiutare ostinatamente di contribuire a costruire una politica dell' immigrazione a livello europeo. Si preferiscono i proclami e l' imposizione di tasse assurde e ingiuste, con l' unico risultato di aumentare l' immigrazione clandestina, pur di dimostrare che sono stati loro, i politici del Nord, a decidere. Ma la domanda che, alla fine, resta sospesa è: a decidere che cosa? -


TITO BOERI

Repubblica 14/01/2009


Contributo inviato da Gianni Stroppa